File name: baroni.txt F1=Help
******************************************************************************

Vittore Baroni
FANZIRAMA 2000
Percorsi sotterranei dell'editoria indipendente dal ciclostile al
desk-top publishing.

******************************************************************************

Vittore Baroni è da circa 15 anni uno dei più attivi mail-artisti
internazionali, critico musicale, esperto di culture underground e autore
di fanzine, saggi e molto altro.

Questo scritto è apparso in forma ridotta e rimaneggiata sui numeri
7-8 del mensile Rumore.

******************************************************************************

La biografia di Charles Lutwidge Dodgson, meglio noto con lo pseudonimo di
Lewis Carroll e come creatore del celebre Alice nel Paese delle Meraviglie,
ci informa che fin da fanciullo lo scrittore era solito produrre rivistine
in copia unica, completamente scritte e illustrate a mano, per il
divertimento di fratelli e sorelle minori. Sono forse curiosità letterarie
come The Rectory Umbrella o The Rectory Magazine del giovane Carroll i più
lontani progenitori delle attuali pubblicazioni sotterranee? Difficile
stabilirlo, dato che la pratica di una stampa "partigiana", marginale e
clandestina, circolante fuori dai binari della cultura ufficiale o
fortemente critica nei confronti del potere dominante, si è sviluppata
con tutta probabilità fin dai tempi di Gutemberg. Il termine fanzine,
contrazione di fans magazine, ovvero "rivista di/per appassionati", è
entrato nell'uso corrente soltanto nella seconda metà degli anni '70, per
designare una forma spontanea e iconoclasta di giornalismo musicale
fai-da-te, sbocciato sull'onda del successo travolgente delle prime
formazioni punk (Sex Pistols, Clash, Damned, eccetera) e al pari di queste
irrispettoso nel linguaggio e nei contenuti, privo di qualsiasi inibizione.
Oggi, viene spesso chiamata  fanzine una qualsiasi pubblicazione
autoprodotta, nata senza una motivazione di ordine prettamente commerciale,
solitamente dalla periodicità irregolare e dalla vita e circolazione
estremamente ridotta, anche se per correttezza filologica la definizione
non andrebbe applicata indistintamente a tutta la small press periodica,
bensì limitata a quelle riviste amatoriali concepite per categorie
specifiche di "fans" (quali gli ascoltatori di un preciso genere musicale,
i cultori del fumetto, della fantascienza, dei films horror, ecc.).
Il neologismo è stato universalmente adottato probabilmente anche per
meglio rimarcare la netta differenza di visione e contenuti, almeno nei
primi tempi, fra l'ondata di pubblicazioni post-76 e l'ormai agonizzante
underground press internazionale, sviluppatasi nel decennio precedente.
prima delle fanzines The Village Voice, un settimanale con aperture
liberali prodotto nel Greenwich Village di New York, ha ospitato fin dal
suo apparire verso la metà degli anni '50 le molteplici voci di dissenso
dell'avanguardia artistica, della Nuova Sinistra e della cultura beatnik
americana. Non meraviglia quindi che sia stato proprio un redattore del
Voice, John Wilcock, curatore della seguitissima rubrica "The Village
Square", a mettersi alla testa dopo aver lasciato il settimanale di
alcuni dei più combattivi progetti editoriali del cosiddetto
"underground". Alla Los Angeles Free Press, fondata nel 1964, spetta
comunque il titolo di capostipite di un numero sterminato di pubblicazioni
indipendenti che, nel volgere di pochi anni, dettero vita ad un vero e
proprio "Quinto Potere" alternativo della carta stampata, con una fitta
rete di piccole imprese comunitarie di controinformazione che abbracciava
ogni angolo del mondo Occidentale (collegate in libere associazioni quali
l'Underground Press Syndicate e il Liberation News Service), e che al
fianco di istanze politiche radicali più convenzionali diffondevano le
rivoluzionarie concezioni di vita della cultura hippie, sovvertendo
consapevolmente allo stesso tempo tutte le buone norme della stampa
tradizionale. Ortografia, linguaggio, impaginazione, formati, metodi di
stampa e colorazione venivano stravolti da concezioni fantasiose di gusto
"psichedelico", al punto da rendere perfino difficoltosa in alcuni casi
la lettura, per l'avventurosa sovrapposizione di immagini e testo o l'uso
di atipici colori pastello. L'establishment ha spesso reagito
violentemente, con perquisizioni, censure e condanne, alla diffusione di
questa small press priva di briglie, venduta per pochi centesimi agli
angoli delle strade da militanti lungocrinuti. Le più note testate
statunitensi si chiamano Other Scenes, San Francisco Oracle, Berkeley
Barb, Old Mole, Open City, c'è poi l'inglese It e Oz, più volte
sequestrata per oscenità e creata da Richard Neville fra Sydney e Londra,
mentre in Italia all'esperimento isolato di Pianeta Fresco, curato da
Ettore Sottsass e Fernanda Pivano, sono seguiti dopo qualche anno i
libretti di controinformazione di Stampa Alternativa e i vari Fallo!,
Re Nudo, Puzz, Tampax, ecc. Stampate a volte con primitivi ciclostile o
in eliografia, con interventi manuali, su carta da pacchi o altri
materiali "poveri", ma anche in off-set tipografico a più colori e con
tirature che hanno superato in alcuni casi le 50.000 copie, le riviste
underground dei '60 costituiscono un patrimonio letterario immenso,
continuamente ripreso, riciclato e rimaneggiato (grazie anche alla
pratica dell'abolizione del copyright) nei decenni successivi, sia in
ragione dei personaggi carismatici frequentemente coinvolti (i vari
Leary, Ginsberg, Burroughs, Snyder, Kupferberg, ecc.), che per la
ricchezza ed eterogeneità degli argomenti trattati (liberazione dai tabù
sessuali, cultura della droga, viaggi alternativi a poco prezzo,
protesta anti-Vietnam, politica radicale e utopia, misticismo e religioni
orientali, musica e arte pop). Dopo le brevi illusioni rivoluzionarie
del '68 e le trasfusioni sulle pagine sotterranee, soprattutto in Europa,
di idee Situazioniste, il fenomeno si smorza gradualmente nella prima
metà dei '70, seguendo lo sfaldarsi del Movimento politico-giovanile
internazionale. Oggi, piccole case editrici specializzate hanno perfino
iniziato a produrre, per storici e nostalgici, costose ristampe
anastatiche dei fogli underground più rappresentativi.
Londra in fiamme.
La prima, la più influente e anche la più venduta delle
fanzines è stata Sniffin' Glue, scritta, impaginata, stampata e distribuita
artigianalmente a partire dall'estate del 1976 (grazie anche all'aiuto di
Rough Trade e di altre strutture indipendenti) da un giovane disoccupato
londinese, Mark Perry. A differenza della conformista stampa musicale
ufficiale, dalle pagine della sua rivista Perry incensava o maltrattava
senza peli sulla lingua i gruppi punk del momento, che aveva modo di
seguire e studiare da vicino, promuovendo fra grezzi collages e montaggi
neo-dadaisti efficaci slogan del tipo "eccovi tre accordi, ora formate un
gruppo musicale", o incitando i lettori a fondare le loro fanzines
(appello che in molti non si fecero ripetere due volte). Nel punk ogni
scioccante "rivolta nello stile" si è bruciata e consumata con enorme
rapidità, dopo poco più di un anno Perry fondava egli stesso un gruppo
rock, gli Alternative TV, il cui singolo di esordio è allegato all'ultimo
numero di Sniffin' Glue. Già verso la fine del 1977, la crescita
esponenziale del numero di fanzines punk, solo in pochi casi mordaci e
innovative come il modello originale (Jolt, These Things, Hangin' Around,
Ripped & Torn), aveva prodotto una situazione di saturazione e omologazione
del fenomeno, molto simile a quella che simultaneamente interessava i
gruppi musicali, assorbiti dalle grandi case discografiche (saranno difatti
i responsabili delle fanzines della prim'ora a scrivere e "vendere"
all'establishment i primi instant books da cassetta sulla scena punk).
Allo stesso tempo però, l'editoria marginale ha continuato a proliferare
e frammentarsi in direzioni differenti, espandendosi dall'Inghilterra ad
ogni altra nazione civilizzata, con titoli di indirizzo specificamente new
wave, mod, ska, dedicati al circuito delle autoproduzioni su cassetta
(Cassette Gazette, Fast Forward, Stick it in your ear) o a quello delle
etichette musicali indipendenti (OP, Sound Choice), ultrapoliticizzate
(come Temporary Hoarding, stampata dall'associazione "Rock against
Racism", o Toxic Grafity, prodotta direttamente dal collettivo dei Crass),
o con sguardi insoliti sul mondo della moda giovanile (i-D , oggi rivista
ufficiale a tutti gli effetti), dell'arte (le tedesche The 80's e
Shvantz!, riviste di mail art come Vile e ND), e via dicendo. Siamo però
ormai ben addentro agli anni '80, e in epoca di diffuso "riflusso"
ideologico la stampa amatoriale ha perso molte delle sue caratteristiche
militanti, spesso non si distingue più nettamente nei contenuti dalla
stampa overground, dalla ricerca o dalla negazione di valori esistenziali
ha virato decisamente verso il gioco e l'effimero, ed ha anche spesso
abbandonato la consuetudine del prezzo "politico". Le fanzines più
interessanti dell'ultimo decennio sono caratterizzate infatti da una
stampa di tipo più professionale, con soluzioni editoriali ricche e
raffinate al posto delle fotocopie in bianco e nero spillate a mano, e
con cassette, LP o CD allegati in luogo dei tipici flexidisc "pieghevoli"
(ZG, Touch, Abstract, RRReport, Total). Solo in rari casi, significativo
quello della californiana Re/Search (sorta dalle ceneri dell'influente
punk-zine Search & Destroy, più o meno velatamente imitata da altri ottimi
progetti quali Vague, Version 90, Vagabond, Sensoria from Censorium), alla
cura della veste tipografica si sono abbinati contenuti trasgressivi e
ideologici di segno forte (nella fattispecie, le morbose e inquietanti
tematiche della cosiddetta "cultura industriale"). Quello che propongono
da qualche tempo testate rappresentative come la londinese Encyclopaedia
Psychedelica o la veterana Whole Earth Review (in circolazione da almeno
vent'anni) è infine un'integrazione e sintesi delle tematiche
controculturali comunitarie dei '60 e del fai-da-te individualista e
anarchico di epoca punk: una "congiunzione degli opposti" e il superamento
dei medesimi, in chiave cibernetica e in ottica di networking (ovvero di
contatto diretto senza mediazioni, per sfuggire alla logica delle
comunicazioni a senso unico dei Mass Media).
dopo le fanzines L'avvento del word processor e di sofisticati programmi
di grafica e impaginazione ormai alla portata di tutti, ovvero l'inizio
dell'era del desk-top publishing, con la possibilità di realizzare in casa
sul proprio computer e stampante tutti quei passaggi necessari alla
produzione di una rivista che un tempo richiedevano l'intervento di
diverse maestranze specializzate (fotocomposizione dei testi,
impaginazione, pellicole, prove di stampa, ecc.), ha ovviamente prodotto
una piccola grande rivoluzione anche nel mondo dell'editoria
indipendente. Oggi chiunque senta la necessità di dire la sua su un
determinato argomento può inventarsi all'impronta una rivista a propria
immagine, con tutti i crismi di una pseudo-ufficialità. Nelle nazioni
dove i Personal Computer sono diffusi da maggior tempo, ad esempio USA
e Canada, si sta moltiplicando a dismisura il numero di newsheets,
bollettini e riviste elettroniche su BBS, prodotte perlopiù da una singola
persona, spesso consistenti (al fine di ridurre i costi e massimizzare
la diffusione) in opuscoli di pochissime pagine spediti su abbonamento,
scambiati per corrispondenza o consultabili per via elettronica.
Spulciando i menù telematici o le piccole inserzioni su riviste
specializzate è possibile trovare i contatti per questo nuovo tipo di
fanzines "mutanti", dedicate agli argomenti più disparati, di interesse
generale o ultra-specialistico. Non è certo un caso se il nuovo editore
di uno dei più noti progetti sotterranei degli ultimi anni, la fanzine
statunitense Factsheet Five, ha deciso di far uscire solo sporadicamente
la testata in forma "cartacea", data la difficoltà nel gestire la quantità
sempre più elevata di dati (la rivista è infatti essenzialmente una guida
alfabetica ragionata per ogni tipo di pubblicazione o materiale
controculturale), trasformandola a tutti gli effetti in una rivista
elettronica, aggiornata periodicamente e consultabile a distanza. Oggi
ci troviamo quindi in una delicata fase di transizione, in cui la small
press tende da un lato a compiere appena possibile il salto dai sotterranei
alle edicole, dall'altro è in attesa di poter realizzare completamente la
trasformazione da prodotto su carta in edizione limitata (dalla
distribuzione sempre più macchinosa e frustrante) a notiziario elettronico
a diffusione virtualmente illimitata, raggiungibile da ogni punto del
pianeta tramite un modem e un codice di accesso. Tali problematiche di
segno indubbiamente forte vengono già discusse da angolazioni differenti
su nuove fanzines per "pirati telematici" quali HackTick e 2600-The
Hackers Quarterly, oppure in pubblicazioni meno dense di termini tecnici
per addetti ai lavori come bOING bOING e la patinata Mondo 2000
(battezzata "la Rolling Stone dell'era informatica", ben avviata con la
sua aria di snobismo yuppie ad abbandonare i circuiti dell'underground),
o ancora le italiane Ario e Decoder.
Queste riviste sono contraddistinte dalla pulizia formale di una rigorosa
impaginazione computerizzata, funzionale agli argomenti cibernetici
affrontati quanto lo erano gli strappi grafici e i testi battuti
grossolanamente a macchina nel periodo punk o le arzigogolate calligrafie
neo-floreali negli anni '60. E' interessante notare, a riprova di una
invisibile continuità fra certi settori della stampa di opposizione di
ieri e di oggi, la sopravvivenza in versione desk-top di The Realist,
rivistina prodotta fin dagli anni '60 da Paul Krassner, una delle voci più
pungenti della controcultura californiana. Krassner si muove abitualmente
all'interno dei media tradizionali, ma ha sempre avvertito anche il
bisogno di esprimersi con un foglio impaginato personalmente, una sorta di
scambio diretto di idee "dal produttore al consumatore". Se la stampa
sotterranea può servire da un lato come palestra di allenamento per nuovi
autori o come fase di rodaggio per un progetto editoriale, prima che
questo raggiunga le edicole (vedi il caso recente della rivista americana
di cinema "bizzarro" Film Threat), non bisogna infatti dimenticare come
l'autoproduzione risponda anche a profonde necessità interiori di totale
autonomia espressiva e a volontà di provocazione spesso sul filo
dell'illegalità, tutte libertà che difficilmente la stampa "di regime"
può accordare ai suoi collaboratori.
sfide e mutamenti La flessibilità e l'imprevedibilità sono fra le
caratteristiche più invoglianti della stampa marginale, ma se da un lato
i vantaggi del desk-top permettono a questa di darsi una veste hi-tech
quale mai ha avuto in passato, anche in progetti a tiratura ridottissima,
la grande editoria non rinuncia certo a sfruttare a sua volta le
meraviglie delle nuove tecnologie. Grazie alle possibilità offerte dal
computer applicato ai procedimenti di stampa tipografica, il settimanale
Time è riuscito alcuni mesi fa a spedire a ciascuno dei suoi innumerevoli
abbonati una copia con il nome del lettore scritto a caratteri cubitali
in copertina. Un semplice scherzetto in confronto a ciò che ci aspetta in
un non lontano futuro, ovvero la possibilità di scegliere secondo il
nostro gusto personale, nel momento in cui ci abboniamo ad una testata,
fra una vasta gamma di combinazioni e approfondimenti (ovvero potremo
decidere di ricevere, ad esempio, una rivista con più pagine di sport,
politica o musica). Newsweek ed alcuni altri periodici statunitensi hanno
già iniziato a servirsi di questa possibilità di "rilegatura
differenziata", al fine di offrire qualcosa di inedito che possa
riconquistare le fasce sempre più ampie di pubblico disaffezionato alla
lettura. E' insomma quantomai interessante notare una bizzarra inversione
di tendenza, mentre comincia a delinearsi il volto dell'editoria del
ventunesimo secolo: ad una small press sempre più agguerritamente
professionale si contrappone una grande editoria che aspira ad offrire
un servizio sempre più personalizzato, ovvero che mira a recuperare
quell'interscambio diretto con il lettore fino ad ora prerogativa
fondamentale della stampa sotterranea (nelle riviste elettroniche,
l'interattività si applica quasi indistintamente a progetti di tipo
alternativo e no). E' su questo terreno altamente tecnologicizzato che
si giocherà la battaglia decisiva fra colossi dell'informazione e
outsiders indipendenti, certi comunque che, fintanto che si avvertirà
l'esigenza di un'informazione del tutto libera e priva di censure,
appassionata e disinteressata paladina di nuovi valori, ci sarà sempre
un nuovo John Wilcock, un Richard Neville, un Mark Perry o un Tom Vague
che si ingegnerà rocambolescamente per fornircela.

Bibliografia minima
Lewis Carroll The Unknown Lewis Carroll (Dover, New York, 1961)
AA.VV. a cura di Jerry Hopkins Le voci degli Hippies (Laterza, Bari, 1969)
Jeff Nuttall Bomb Culture (Paladin, Londra, 1970)
AA. VV. a cura di Fernanda Pivano L'altra America negli anni sessanta
       (Officina Edizioni, Roma, 1971)
Richard Neville Play Power (Milano Libri, Milano, 1971)
Walter Hollstein Underground - sociologia della contestazione giovanile
       (Sansoni, Firenze, 1971)
Mario Maffi La cultura underground (Laterza, Bari, 1972)
AA. VV. a cura di Pinni Galante Dalle alpi alle piramidi
       (Arcana, Milano, 1975)
Ferdinanda Pivano C'era una volta un beat (Arcana, Milano, 1976)
Luis Racionero Filosofie dell'underground (Savelli, Roma, 1978)
Julie Burchill-Tony Parsons "The Boy Looked at Johnny"
       (Pluto Press, Londra, 1978)
AA. VV. a cura di Pasquale Alferj e Giacomo Mazzone I Fiori di Gutemberg
       (Arcana, Milano, 1979)
A. Noah Underground Press (Embryo, Amsterdam, 1980)
AA. VV. a cura di Bruno Richard e altri Graphic Production
       (Autrement, Parigi, 1983)
Vernon Joynson The Acid Trip (Babylon Books, Todmorden, 1984)
AA. VV. a cura di Matteo Guarnaccia 1968-1988 Arte Psichedelica e
       Controcultura in Italia (Stampa Alternativa, Roma, 1988)
Greil Marcus Lipstick Traces (Secker & Warburg, Londra, 1989)
AA. VV. a cura di Tommaso Tozzi Opposizioni '80 (Amen Prod., Milano, 1991) 
Insert