Lettera dal carcere americano

Il Manifesto
3-4 luglio 1993

Da quando venni imprigionata nell'unità sotterranea di Lexington nel Kentucky un crescente numero di individui e di organizzazioni ha appoggiato la mia richiesta di rimpatrio. Ho avuto modo di apprezzare in particolare la dedizione e gli sforzi dei miei familiari che mi sono stati di gran sostegno sin dal mio arresto nel 1982 e colgo questa occasione per ringraziarli di cuore per questo loro continuo impegno.

Alcuni recenti sviluppi mi hanno peraltro convinta della necessità di porre in rilievo alcuni aspetti della mia vicenda. Io sono una prigioniera politica incarcerata per atti di solidarietà verso il Movimento di Liberazione dei Neri. Le condizioni impostemi - isolamento, carenza di assistenza medica e diniego dell'Amministrazione Bush a concedermi il rimpatrio - sono il risultato del mio rifiuto di abiurare le mie convinzioni politiche.

Ecco perché non posso circoscrivere la questione del mio rimpatrio in termini puramente umanitari. La lezione da me appresa in 25 anni di militanza nel movimento può essere espressa in questi termini:

"Il potere non cede nulla senza una pressante domanda. Non lo ha mai fatto e non lo farà mai".

Sono i termini usati da Frederick Douglass, il grande educatore e abolizionista nero, durante la Guerra Civile contro la schiavitù negli Stati Uniti: questi termini sono validi ieri come oggi. Il mio rimpatrio verrà ottenuto tramite una mobilitazione di massa. Ecco perché sottoscrivo ed apprezzo tutte le diverse campagne in corso volte ad ottenere il mio trasferimento in Italia.

Silvia Baraldini