Mi commuove la solidarietà

Intervista a Silvia Baraldini, cittadina italiana detenuta ingiustamente nelle carceri americane.

Claudio Giorgi
Liberazione del 23-09-1994

Danbury (Connecticut). Un carcere "blindato" ma non di massima sicurezza in un paesaggio ridente, boschi di betulle, prati verde-smeraldo, storni di oche canadesi, il tutto a un'ora e mezza da New York e poi tanti visitatori, giornalisti, familiari, amici, bastano a spiegare il cambiamento di umore di Silvia Baraldini che ci accoglie con un grande sorriso nella sala delle visite del penitenziario femminile di Danbury sotto lo sguardo vigile ma non ostile del vice-direttore dell'istituto, la signora Lisa Austin. Ci sono altri tre visitatori in quella sala: l'avvocato della detenuta, Elizabeth Fink, Giampietro Troiani del coordinamento dei comitati di solidarietà in Italia e l'eurodeputato di Rifondazione Lucio Manisco, che da sette anni segue da vicino il caso di questa cittadina italiana condannata a quarantatré anni, negli Stati Uniti per reati di associazione di presunta matrice terroristica, reati o imputazioni che non includevano fatti di sangue, detenzione di armi o di esplosivi.

È Lucio Manisco a spiegarci che, paragonato ad altre carceri dove avevano visitato la Baraldini, quello di Danbury, pur con i suoi statuti restrittivi e disciplinari, rappresenta un salto di qualità dei più appariscenti: nell'unità speciale sotterranea di Lexington, dove era stata sottoposta ad un regime di deprivazione sensoria e ad altre torture psico-fisiche, in diciannove mesi aveva visto poche volte la luce solare. A Marianna in Florida, una delle località più sperdute ed isolate d'America (ventiquattro ore di viaggio tra cambi di aereo e pernottamento nel capoluogo di Talahassee), le condizioni carcerarie erano di "massima sicurezza", isolamento, sorveglianza speciale, scarsi controlli medici malgrado le due operazioni di cancro squamoso uterino e per forza di cose, rarissimi i visitatori, italiani o americani.

Dopo gli abbracci e le strette di mano Silvia Baraldini conferma: "Certo, qui sto molto meglio: lavoro come bibliotecaria, nel pomeriggio seguo un corso di teleinformatica avanzata e poi ho fino a quattro ore di tempo libero che trascorro con le altre detenute del braccio". "Qui a Danbury ho ritrovato l'indipendentista portoricana Alejandrina Torres che aveva condiviso con me le infauste esperienze nei sotterranei di Lexington e sta per raggiungerci anche Susan Rosenberg, processata insieme a me in quel lontano 1983".

Proviamo una certa emozione a parlare con questa intellettuale marxista che ne ha viste di cotte e di crude nei peggiori lager d'America, che non ha rinunziato ai suoi principi e quindi non è una "pentita", anche se ammette che le circostanze storiche sono radicalmente cambiate da quando militava nei movimenti di liberazione degli afro-americani. Una personalità forte, d'acciaio, ma anche una donna molto dolce che ci sorride con quei suoi grandi occhi incredibilmente azzurri (definiti "bruni quasi neri" da un testimone a carico che disse all'Fbi di averla frequentata mentre complottava con altri una rapina bancaria peraltro mai tradotta in realtà).

Il sorriso scompare quando parla della visita di sua madre Dolores al Dipartimento di Giustizia americano il 2 agosto scorso. Erano presenti la direttrice per gli affari penali Jo Ann Harris, Gerald Shur il funzionario più accanito nel bloccare qualsiasi soluzione del "caso Baraldini", e poi diversi esponenti dell'Ambasciata d'Italia a Washington: "A quanto mi è stato riferito la posizione delle autorità americane non è affatto cambiata; continuano ad opporsi al mio trasferimento in un carcere italiano come prevede, ma non impone, la convenzione internazionale di Strasburgo: menzionando la mia "mancanza di rimorso" tra i motivi della loro intransigenza; e per mancanza di rimorso intendono ovviamente il fatto che non ho mai voluto collaborare con l'Fbi, che non intendo abiurare o rinunziare alle mie idee e alle mie convinzioni". "Comunque hanno detto che stanno riesaminando il mio caso e che una decisione definitiva, se accogliere o meno la richiesta di trasferimento in un carcere del mio paese, verrà presa presumibilmente prima della fine dell'anno". Le chiediamo se è a conoscenza di qualche iniziativa a suo favore presa dal governo Berlusconi: "Mi dicono, anzi me lo ha detto per telefono Manisco, che il ministro di Grazia e Giustizia, Biondi, ha promesso di seguire il mio caso".

So anche che il direttore degli affari penali, dottor Mele, è atteso a Washington, ma passi concreti fatti in questi ultimi otto mesi dalle autorità italiane non ce ne sono stati, o almeno a me non risulta che ci siano stati. Dalle migliaia di lettere e cartoline che ricevo qui a Danbury e da quanto leggo sulla stampa italiana principalmente su il manifesto e su Avvenimenti dal gran numero di giornalisti che vengono a intervistarmi, deduco che la mobilitazione dell'opinione pubblica italiana a mio favore stia aumentando di giorno in giorno; il che mi commuove profondamente, mi fa sentire meno sola ed in un certo senso mi prepara ad affrontare il peggio, l'eventualità cioè di un ennesimo rigetto americano per una scarsa incidenza delle istanze che il governo Berlusconi potrà o non potrà sollevare presso le autorità di Washington entro i prossimi quaranta giorni...".

Ci chiede scusa perché deve cedere alla prepotenza del compagno Manisco che, armato di registratore, dà inizio ad una lunga intervista in inglese. Verrà trasmessa per due giorni consecutivi insieme a dibattiti sul caso e a telefonate degli ascoltatori dalla rete radio progressista di New York nei programmi speciali, di Robert Knight e di Sally O'Brien.