Intervista al legale di Silvia Baraldini, Guido Calvi - 1996

il manifesto 12 marzo 1996
di Carlo Bonini

Giù le mani dalla legge

L'evasione del terrorista palestinese Majed Al Molqui, l'atteggiamento del governo USA, il caso di Silvia Baraldini. Guido Calvi, legale della Baraldini, mette in guardia palazzo Chigi dal prestare il fianco a ritorsioni consumate sulla vita di cittadini italiani. Denuncia il mancato rispetto da parte di Washington della Convenzione di Strasburgo e avverte Lamberto Dini e Susanna Agnelli: "Guai a toccare la Gozzini".

Lamberto Dini ha messo in relazione l'evasione del terrorista Al Molqui con la possibile soluzione del caso Baraldini. Il ministro Susanna Agnelli ha annunciato che la legge Gozzini verrà rivista. È legittimo legare le due vicende?

Il caso Baraldini e l'evasione di Al Molqui, con quanto ne sta conseguendo in termini di polemiche sulla legge Gozzini, sono vicende assolutamente diverse che non possono essere trattate congiuntamente, neppure sul piano dell'opportunismo politico. La legge Gozzini è stata una grande conquista di civiltà, uno dei punti più alti raggiunti dalla politica del diritto, il risultato ultimo di una grande battaglia per dare corso ad un principio costituzionale che afferma la funzione rieducativa della pena. Guai, dunque, a pensare di voler modificare queste norme peggiorandole. Significherebbe rinunciare a una conquista di civiltà giuridica e disattendere i principi costituzionali. E guai, oltretutto, a farsi fuorviare da contingenze.

Il presidente del consiglio ha lasciato intendere che nel caso di Al Molqui ci sarebbe stato un atteggiamento negligente del magistrato di sorveglianza.

Sono certo che il giudice di sorveglianza non ha fatto altro che adempiere ai suoi obblighi istituzionali con onestà e correttezza. Inoltre, il tribunale di sorveglianza di Roma è composto da magistrati di grandissimo rigore, competenza e rettitudine.

Il guardasigilli ha disposto un'ispezione.

E ha fatto bene. Perché questi accertamenti serviranno a stabilire che il magistrato di srveglianza non ha violato né principi normativi, né regole di opportunità.

L'amministrazione USA ha mostrato grande nervosismo. Non esiste il rischio che questa vicenda finisca comunque con il pesare sulla vicenda Baraldini?

Comprendo l'irritazione e la protesta dell'amministrazione e dell'opinione pubblica americane. Ma sarebbe di straordinaria gravità se le autorità USA volessero mettere in atto misure ritorsive. In particolare nei confronti della Baraldini. Gli Stati Uniti sono una grande democrazia e sarebbe grave se decidessero di comportarsi da repubblica delle banane. Ripeto: l'evasione di Al Molqui non ha e non deve avere nulla a che fare con il caso Baraldini.

Sta di fatto che Washington è tornata a denunciare l'evasione di Al Molqui come esempio dell'"inaffidabilità" del nostro sistema penitenziario.

Noi non chiediamo agli USA un'opinione sulle nostre leggi, ma il rispetto di una convenzione di diritto internazionale firmata tanto dall'Italia che dagli Stati Uniti. La Convenzione di Strasburgo, per la quale il cittadino condannato all'estero può scontare la pena nel proprio paese di origine e, qualora questa sia incompatibile, che la misura della detenzione sia rideterminata dal giudice. È il caso della Baraldini. Nel nostro paese non sono previste condanne a 43 anni, dunque i nostri giudici dovrebbero riformulare la pena. Ebbene, anche nell'ultimo provvedimento di rigetto, gli USA hanno nuovamente posto come condizione del trasferimento della Baraldini l'assicurazione che finisca di scontare 43 anni di pena. Si tratta di una condizione impossibile. E questo gli USA lo sanno. Perché sanno che il nostro governo non può in alcun modo influire sulle decisioni dei giudici.

Dunque?

Dunque, ponendo una condizione impossibile, di fatto gli USA pongono nel nulla la Convenzione di Strasburgo. E allora, delle due l'una. O l'Italia cita in giudizio gli USA chiedendo al Consiglio d'Europa di pronunciarsi sul rispetto della convenzione. Oppure, il nostro governo, d'ora in poi, non deve concedere il trasferimento di cittadini americani condannati da tribunali italiani. Qui non si tratta infatti soltanto di riaffermare il primato del diritto, ma anche la dignità internazionale dell'Italia.