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![]() L'Italia e i BalcaniNon paghi dei misfatti della prima metà di questo secolo, i fascisti tornano ad avanzare pretese sui territori della ex-Jugoslavia, già martoriati dalla guerra interetnica. Le rivendicazioni di Alleanza Nazionale e Forza Italia sull'Istria e la Dalmazia ripropongono la questione dei confini orientali del Paese. Contenziosi che venti anni fa sembravano essere stati chiusi definitivamente si riaprono in una fase che vede la rinascita del mito dello stato-nazione ovunque in Europa. La creazione di una moltitudine di stati nazionali, derivante dalla disgregazione della Jugoslavia, come anche della Cecoslovacchia e dell'Unione Sovietica (e con la Cecenia è iniziata anche quella della Repubblica Russa), ha assunto le caratteristiche di una reazione a catena. Ma l'imposizione di nuovi confini, "giustificata" da criteri quali lingua, religione, tradizioni, ecc., può solo essere la causa di traumi e rancori. Seppure fosse possibile demarcare con linee precise ed "eque" i territori e le comunità, al fine di separarne i destini, ciò non sarebbe comunque giusto, poiché costituirebbe una innaturale mutilazione e privazione per gli uomini di ciò che più li distingue: la facoltà di allacciare ed intrattenere rapporti con altri uomini. Nelle regioni caratterizzate storicamente dall'incontro tra culture diverse, nelle quali oggi si trovano popolazioni miste, questa mutilazione è particolarmente dolorosa poiché incrina le basi stesse della convivenza sociale. Nell'ex-Jugoslavia abbiamo purtroppo un esempio eclatante di ciò. Una regione multiculturale La struttura sociale dell'Istria agli inizi di questo secolo, frutto di un'evoluzione millenaria, ha come tratto fondamentale la coesistenza fra il gruppo linguistico italiano e quello slavo (1). A dire il vero gli "italiani" parlano il dialetto istro-veneto, ed anche gli "slavi" usano forme dialettali. Non mancano inoltre locali parlate ibride, miste del dialetto veneto e di quello slavo. Il primo gruppo linguistico, detentore del potere economico, è concentrato tradizionalmente nelle "città", tipici borghi murati e con funzioni amministrative, talvolta di dimensioni ridottissime. Il secondo, di estrazione rurale, presenta un carattere preindustriale con l'assenza di una consolidata divisione in classi al suo interno, e costituisce la fascia subalterna. La divisione linguistica non può quindi considerarsi una divisione etnica propriamente detta, anche in considerazione delle tradizioni comuni ai due gruppi, dell'interazione che la regione ha avuto con i popoli più disparati, e dei conseguenti sincretismi: piuttosto si deve parlare di un'identità istriana differenziata da quella italiana come da quella slava, che comprende oltre ai due gruppi prevalenti anche comunità di diversa origine (Serbi, Ebrei, ecc.). Alla diversità della lingua corrisponde invece una distinzione di ruolo, tant'è che al passaggio di classe corrisponde generalmente il cambiamento dell'idioma. In questo contesto, in Istria come in Dalmazia lo spirito nazionalista che si infiltra nel secolo dei Risorgimenti costituisce un fenomeno anomalo: dimenticando la secolare e pacifica convivenza, ogni gruppo linguistico si lancia nella ricerca del più remoto passato e di radici gloriose per affermare il proprio "diritto" sulle terre. La "coscienza nazionale" si dimostra allora essere in realtà l'incoscienza della propria particolarità, il rifiuto di un'identità che non è riconducibile ai caratteri propri delle entità storico-culturali confinanti. La questione di Fiume: transizione al fascismo Con la disfatta austriaca della I Guerra Mondiale l'Italia ottiene Trieste, l'Istria, Zara e le isole del Carnaro. Malgrado che a Roma, prima dell'entrata in guerra, fosse stata segretamente promessa l'intera Dalmazia (Patto di Londra, 1915), al termine del conflitto quest'ultima è assegnata per volontà del Presidente Wilson al neonato Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (2). Il porto istriano di Fiume (Rijeka), fondato nel VII secolo dai Croati e ai primi del Novecento popolato prevalentemente da genti di lingua italiana (3), diventa una "città aperta" presidiata dalle quattro potenze vincitrici: Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Italia. Ma le rivalità fra i quattro reparti militari e le manifestazioni dei nazionalisti italiani sono causa di numerosi incidenti. A Versailles, dove sono in corso le trattative di pace, i rappresentanti italiani rinunziano a Fiume per non inimicarsi gli Stati Uniti, dai quali si aspettano un aiuto economico per salvare il paese dal tracollo. La "vittoria mutilata", e cioè la questione di Fiume "tradita" dal governo, accende gli animi di molti "patrioti" italiani. I milioni di soldati, che sono tornati dalla guerra senza riuscire a reinserirsi nella società, vedono in Fiume l'occasione di continuare a fare l'unica cosa di cui sono capaci: combattere. Il 12 settembre 1919 (10 mesi dopo la conclusione della guerra) il "poeta-soldato" Gabriele D'Annunzio conquista Fiume al grido "Fiume o morte!", insieme al reparto dei Granatieri di Sardegna e ad altri volontari, ivi compresi vari reparti dell'esercito inviati ad intercettarli (4). Il governo Nitti prende le distanze dai "legionari", invoca l'applicazione della legge marziale contro i disertori che hanno seguito D'Annunzio, e nomina un commissario incaricato di ristabilire l'ordine nel porto istriano: il generale Pietro Badoglio (5). Quasi un anno dopo, il 30 agosto del 1920, il "Vate" proclama a Fiume uno stato indipendente, la Reggenza Italiana del Carnaro. Il 12 novembre il Trattato di Rapallo sancisce la costituzione di uno Stato autonomo a Fiume, intimando tuttavia al poeta di lasciare la città. Alla vigilia di Natale l'esercito regolare italiano attacca Fiume, che capitola dopo cinque giorni di scontri sanguinosi (6). Nel 1923 il porto istriano viene annesso da Mussolini. Tra le misure prese dal regime durante il Ventennio, ricordiamo l'abolizione dell'insegnamento in lingua slava e la spinta all'emigrazione massiccia di Croati e Sloveni dall'Istria verso il neonato Regno jugoslavo (7). Numerosi italiani non autoctoni arrivano con l'amministrazione statale. La tensione sale: si rafforza l'irredentismo slavo e sono frequenti le rivolte antiitaliane; parallelamente, inoltre, il Regno jugoslavo intraprende in Dalmazia un'opera di "slavizzazione". Ponendosi al di fuori della schematica contrapposizione fra italiani e slavi, ampi strati della popolazione istriana si mostrano refrattari alle agitazioni nazionalistiche delle borghesie, rifiutando di optare per l'una o l'altra delle patrie che sono loro proposte ed originando quel sentimento descritto in seguito dallo scrittore F. Tomizza, indicato come "identità dell'inappartenenza" (8). Il nazifascismo contro la popolazione civile Nell'aprile del 1941 l'Asse occupa la Jugoslavia e la suddivide in vari territori. In particolare, l'Italia si annette parti ulteriori dell'attuale Slovenia e della Dalmazia. Gli imperialismi italiano e tedesco di quel periodo cercano di sfruttare al massimo i contrasti interetnici e politici locali, sperando di trarne vantaggio. Particolarmente disinvolto è l'atteggiamento italiano, caratterizzato dal tenere i piedi in più staffe. L'Italia, dopo essere stata sponsor del "duce" croato Ante Pavelic, il quale con le benedizioni del Vaticano (9) viene messo dai nazisti a capo dello Stato Autonomo di Croazia, non si fa scrupolo di annettersi parti rilevanti dell'entroterra dalmata ed allearsi con i cetnici serbi (nemici sia dei Croati che della "Grande Albania" italiana) nella Krajina di Knin ed in Erzegovina. La guerra viene condotta dagli Italiani, come dalle altre parti, in modo cruento. Ai rastrellamenti di civili si sommano le violente rappresaglie contro i partigiani comunisti, concretizzate spesso con l'incendio di interi villaggi, fucilazioni di massa e deportazioni in campi di concentramento. L'operato italiano non si limita ovviamente all'Istria e alla Dalmazia: nel 1942, a Lubiana, occupata dagli italiani, vengono uccisi 103 ostaggi . Nel Montenegro l'uso è di fucilare 50 ostaggi per ogni italiano ucciso. Gli stessi militari italiani saranno le vittime del furore dei loro comandi di appartenenza (10). Tra i personaggi coinvolti nelle atrocità commesse durante la guerra va ricordato il nome di Mario Roatta, capo di Stato Maggiore dell'esercito e comandante della II Armata in Jugoslavia, il quale si rese famoso perché usava dire: "Testa per occhio" (11). Egli fu anche l'artefice del clamoroso furto ai danni della Banca Nazionale Jugoslava, con la complicità di Vincenzo Azzolini, Governatore della Banca d'Italia. Come nel caso di tanti altri criminali di guerra, al termine del conflitto Roatta e Azzolini riuscirono entrambi a scamparla, con l'aiuto determinante del Vaticano e degli Alleati (12). La lotta partigiana e il dopoguerra La Guerra di Liberazione Popolare prende consistenza in un contesto dominato da un diffuso sentimento antiitaliano e antitedesco della popolazione. Le devastazioni e i saccheggi sono rimasti fortemente impressi nella memoria collettiva, e il desiderio di vendetta che va maturando è all'origine di atti sanguinosi destinati a protrarsi fino alla fine della guerra. La tecnica usata dai partigiani al fine di seminare scoramento nelle truppe occupanti è di tipo terroristico: molti italiani saranno scannati ed "infoibati" (13). Le conseguenze estreme dell'espansionismo italiano e tedesco si rivelano controproducenti per il gruppo linguistico italiano. Gli Italiani non autoctoni, giunti durante il Ventennio, iniziano a scappare subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. La riconquista del territorio da parte dei titoisti, che procede lungo l'asse sud-nord, è accompagnata da intimidazioni e violenze contro tutti quelli ritenuti compromessi con il Fascismo: dal gerarca locale al delatore, dall'impiegato pubblico al benestante. Dopo l'armistizio, i 340.000 militari italiani dislocati in Jugoslavia sono lasciati al loro destino: è solo dopo 5 giorni, quando alcuni lo hanno già fatto di propria iniziativa, che ad essi viene impartito l'ordine di volgere le armi contro l'ex-alleato tedesco (14). Sugli Italiani, nel frattempo, si è scatenato il fuoco incrociato di tutte le fazioni, spinte le une dal desiderio di regolare i conti in sospeso, le altre dalla rabbia per il tradimento appena subito. Lo sbandamento dei militari è totale: alcuni si mettono a disposizione dei Tedeschi; altri cercano un nuovo alleato nei partigiani, la cui azione si rivela giorno dopo giorno vincente e gradita agli Anglo-americani. Tra coloro che si unirono alla lotta partigiana, menzioniamo la nota divisione "Garibaldi" comandata dal maggiore Ravnich, costituita dagli sbandati e dalle milizie superstiti dei violenti scontri di quei giorni, dopo una breve e fallimentare esperienza a fianco dei cetnici. Più che da convinzioni ideologiche o da una spontanea rivolta italiana contro i nazifascisti, l'alleanza fra gli ex-occupanti ed i comunisti sembra dettata dalle pressanti necessità di entrambi: i partigiani ottengono così armi in abbondanza e milioni di lire inviati da Roma (15), mentre gli Italiani ne ricavano protezione e sostentamento. Saranno i partigiani a liberare Trieste nel maggio '45, arrivandovi contemporaneamente agli Alleati. Situazioni di tensione si generano sulle alture della Carnia, dove partigiani italiani e jugoslavi giungono ai ferri corti per questioni di confine. Nel febbraio del '47, con il Trattato di Parigi, viene sancito il passaggio di gran parte dell'Istria e di tutta la Dalmazia alla Jugoslavia. La parte nord- occidentale della penisola istriana entra a far parte del "territorio libero di Trieste", per il quale è prevista un'amministrazione delle Nazioni Unite. In realtà sarà realizzata una divisione di fatto in due zone: la cosiddetta zona A, con capoluogo Trieste, resta sotto l'occupazione anglo-americana, e nella zona B rimane l'amministrazione jugoslava. Trieste diventa il maggior centro di raccolta degli istriani di lingua italiana, che proseguono l'esodo iniziato nel corso del conflitto. Esso include, oltre a quelli arrivati in Istria con il Fascismo, molti istro-veneti autoctoni, ossia il gruppo linguistico che ha sinora detenuto la supremazia sociale e non accetta il nuovo Stato comunista e la conseguente perdita delle proprietà; "valore" questo indubbiamente meno astratto di quelli di patria, nazione, civiltà e religione, "minacciati dal sovversivismo slavo comunista" (16). Ad essi si contrappone il gruppo di quelli che scelgono di rimanere, perché ritengono di dare vita insieme ad altri popoli ad "un paese plurinazionale che deve chiudere per sempre - con la sua realtà e con il suo esempio - le secolari rivalità nazionali della Balcania" (17). La migrazione di questo periodo dalla Jugoslavia verso l'Italia risponde anche al fenomeno dell'urbanizzazione, storico e di lunga data: Trieste, in quanto maggior centro della zona, ne è la destinazione principale. L'entità dell'esodo del dopoguerra è di difficile valutazione: le stime vanno da 100.000 a 350.000 persone; in ogni caso si tratta di una parte consistente della popolazione istriana (18). La questione confinaria sembra risolversi il 10 novembre 1975 con il Trattato di Osimo, con il quale le due zone entrano a pieno titolo a far parte di Italia e Jugoslavia. Il trattato è tuttavia oggetto di continue contestazioni da parte dell'estrema destra: fra gli esuli istriani le ripercussioni emotive destano recriminazioni, rimaste vive fino al giorno d'oggi. Resta in particolare il nodo dei beni abbandonati oltre confine: la Jugoslavia si è impegnata a versare oltre 110 milioni di dollari all'Italia, ma negli anni '80 il governo di Belgrado, investito dalla crisi economica, ha corrisposto un sesto della somma pattuita. Conseguenze della fine della Jugoslavia Il crollo del muro di Berlino e l'affermazione della Germania come principale potenza economica e politica europea sconvolgono gli equilibri geopolitici. Nell'ambito di un continente sempre più dominato dai nazionalismi, nei Balcani si riapre la competizione fra le potenze per la supremazia. La morte della Federazione Jugoslava ha dato il via ad una carneficina per la spartizione del territorio: le diplomazie di tutte le potenze, grandi e medie, si lanciano nella competizione balcanica, cercando di ridefinire i rapporti di forza. La mole degli investimenti italiani in Slovenia e Croazia (19) è impressionante, e i capitali italiani entrano apertamente in competizione con la Germania per la conquista dei nuovi mercati. "Insieme alla Germania, l'Italia è il paese europeo che guadagna di più dalla vittoria occidentale nella guerra fredda" afferma Ludovico Incisa di Camerana, ex-diplomatico e cervello della politica estera democristiana (20). È in questo contesto che nell'Italia della "seconda repubblica" si ridesta la mai sopita ambizione al predominio sull'Istria e la Dalmazia. Le dichiarazioni sui presunti "diritti" su questi ex-territori italiani si moltiplicano da parte degli esponenti dei partiti usciti vittoriosi dalle elezioni del 27 e 28 marzo, eletti dopo una campagna elettorale tutta incentrata su questioni di politica interna. L'Italia riscopre la geopolitica da tavolino e, come nel '19, la questione dell'Istria offre l'occasione per una prova generale delle reazioni dell'opinione pubblica nazionale ed internazionale sui temi degli "interessi vitali del paese". Il ripensamento della politica estera in chiave neonazionale e geopolitica è il cavallo di battaglia della rivista Limes, che accoglie argomentazioni di lunga data di esponenti delle élites politico-militari, come il generale Carlo Jean, ex-consigliere militare di Francesco Cossiga ed ora direttore del Centro Alti Studi della Difesa (21). Si distinguono inoltre gli "esperti" di Forza Italia per i temi di politica estera, il generale Luigi Caligaris e Livio Caputo; quest'ultimo afferma: "Slovenia e Croazia non rispettano gli accordi e fanno muro alle richieste di restituzione dei beni sequestrati agli Italiani dai comunisti. [...] Se vogliono unirsi alla C.E.E. paghino il pedaggio, altrimenti restino fuori dalla porta" (22). Nel programma elettorale di Alleanza Nazionale si leggeva: "I territori dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia debbono tornare, mediante nuovi accordi internazionali, sotto la sovranità dello Stato italiano" (23). L'aria che si respira attualmente nei territori dell'Istria e della Dalmazia è pesante. Le mire italiane costituiscono soltanto l'ultima, in ordine cronologico, delle pressioni che vengono esercitate sulla penisola istriana e sulla costa e le isole dalmate. Il confine sorto nel 1991 fra la Slovenia e la Croazia, prima solo una mera linea di demarcazione amministrativa, spacca l'Istria in due, creando ripercussioni emotive tra gli istriani, e diviene motivo di tensione tra i due nuovi Stati (24). Tale confine non era mai esistito, e costituisce una ferita profonda ed inaspettata per una regione multilinguistica e multiculturale. La regione è aggredita inoltre dal nazionalismo e dall'intolleranza dell'HDZ, il partito del presidente croato Tudjman, e dalla nuova classe dirigente slovena che impedisce alle realtà locali di autoorganizzarsi (25). Gli Istriani di Croazia hanno riaffermato con forza la loro identità regionale attraverso il voto alle elezioni del febbraio 1993: la maggioranza dei voti della regione è andata alla Dieta Democratica Istriana, sostenitrice di un regionalismo che prescinde dalle frontiere nazionali (26). Il successo di questa formazione non può essere attribuito al solo voto degli istriani di lingua italiana, che l'HDZ accusa di separatismo: "si tratta invece della dissociazione della popolazione istriana (regione plurilingue ma indiscutibilmente oggi a grande maggioranza croata) dalla politica nazionalista del proprio governo, che non ha esitato ad appropriarsi dei medesimi simboli dello stato croato della seconda guerra mondiale" (27). La risposta della Corte Costituzionale croata è arrivata con la recente sentenza, che ha cancellato gli articoli dello Statuto dell'Istria che garantivano il bilinguismo (28). Oltre alle popolazioni di lingua italiana nella ex-Jugoslavia, bisogna ricordare la questione della popolazione di lingua slovena in Friuli-Venezia Giulia, circa 52.000 persone (29). Questa comunità aspetta da lungo tempo un riconoscimento dei suoi diritti, ed avanza la richiesta che le venga finalmente dato atto di essere parte costitutiva del carattere multiculturale della zona di confine. Il 15 gennaio 1992, allorché l'indipendenza della Slovenia e della Croazia è stata riconosciuta dalla C.E.E., il Ministro degli Esteri De Michelis ha creato un incidente diplomatico con la Slovenia rifiutandosi di riconoscere la "reciprocità" dei diritti delle rispettive minoranze. Il "memorandum" sulle minoranze, che era stato approntato per essere sottoscritto dai rappresentanti di Roma, di Zagabria e di Lubiana, è stato firmato soltanto dalle prime due. In Italia, e soprattutto fra i triestini ed i giuliani, il timore era che la parità di trattamento potesse comportare l'introduzione del bilinguismo e l'assegnazione agli sloveni di due seggi a Montecitorio, come avviene a Lubiana per gli italiani. Il nuovo governo presieduto da Dini tenta di allentare la tensione, forse anche a causa di una minore autonomia dalla politica tedesca: il ministro degli esteri Susanna Agnelli ha infatti ritirato il veto ai negoziati di associazione della Slovenia all'Unione Europea; in cambio Lubiana si è impegnata a legalizzare l'acquisto di immobili da parte degli stranieri, rendendo così più facile il ritorno in Istria degli esuli "pentiti" (30). Ma Mirko Tremaglia, autorevole esponente di AN, già "papabile" ministro del governo Berlusconi e attuale presidente della Commissione Esteri della camera, ha dichiarato di non poter essere soddisfatto fintantoché non saranno restituiti i beni abbandonati cinquant'anni or sono. La regione è così ambita anche per la sua posizione strategica di raccordo fra il mondo germanico ed il Mediterraneo: i porti di Capodistria e Fiume sono concorrenti diretti di Trieste per il transito delle merci fra la Mitteleuropa e l'Adriatico. A sottolineare l'importanza geopolitica dei Balcani, nell'Adriatico si assiste ad un'intenso traffico di navi da guerra, mentre un terzo dell'esercito italiano si trova già da molto tempo in Friuli-Venezia Giulia, regione piena anche di basi NATO (come quella di Aviano, usata come pista di lancio delle operazioni nell'ex-Jugoslavia). Alla ricerca di uno status di media potenza, inoltre, l'Italia ha chiesto di poter partecipare all'intervento O.N.U. in Bosnia-Erzegovina, dal quale è finora stata esclusa a causa del ruolo assunto durante il secondo conflitto mondiale. Ma dal Montenegro alla Slovenia, la memoria della popolazione brucia ancora per l'esperienza del fascismo, ed i massacri perpetrati durante l'occupazione italiana non sono stati ancora dimenticati. Pertanto, alle persone di buon senso l'interventismo degli esponenti della destra italiana può solo apparire come uno scherzo di pessimo gusto. ANDREA MARTOCCHIA e FRANCO MARENCO (31)
(aprile 1995) |