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I Balcani


L'Italia e i Balcani

IL FRONTE ORIENTALE

Non paghi dei misfatti della prima metà di questo secolo,
i fascisti tornano ad avanzare pretese sui territori della
ex-Jugoslavia, già martoriati dalla guerra interetnica.


        Le rivendicazioni di Alleanza Nazionale e Forza Italia
sull'Istria e la Dalmazia ripropongono la questione dei confini orientali
del Paese. Contenziosi che venti anni fa sembravano essere stati chiusi
definitivamente si riaprono in una fase che vede la rinascita del mito
dello stato-nazione ovunque in Europa.
        La creazione di una moltitudine di stati nazionali, derivante
dalla disgregazione della Jugoslavia, come anche della Cecoslovacchia
e dell'Unione Sovietica (e con la Cecenia è iniziata anche quella della
Repubblica Russa), ha assunto le caratteristiche di una reazione a
catena. Ma l'imposizione di nuovi confini, "giustificata" da criteri
quali lingua, religione, tradizioni, ecc., può solo essere la causa di
traumi e rancori. Seppure fosse possibile demarcare con linee precise
ed "eque" i territori e le comunità, al fine di separarne i destini, ciò
non sarebbe comunque giusto, poiché costituirebbe una innaturale
mutilazione e privazione per gli uomini di ciò che più li distingue: la
facoltà di allacciare ed intrattenere rapporti con altri uomini. Nelle
regioni caratterizzate storicamente dall'incontro tra culture diverse,
nelle quali oggi si trovano popolazioni miste, questa mutilazione è
particolarmente dolorosa poiché incrina le basi stesse della convivenza
sociale. Nell'ex-Jugoslavia abbiamo purtroppo un esempio eclatante di
ciò.

Una regione multiculturale

        La struttura sociale dell'Istria agli inizi di questo secolo, frutto
di un'evoluzione millenaria, ha come tratto fondamentale la
coesistenza fra il gruppo linguistico italiano e quello slavo (1). A dire
il vero gli "italiani" parlano il dialetto istro-veneto, ed anche gli "slavi"
usano forme dialettali. Non mancano inoltre locali parlate ibride, miste
del dialetto veneto e di quello slavo. Il primo gruppo linguistico,
detentore del potere economico, è concentrato tradizionalmente nelle
"città", tipici borghi murati e con funzioni amministrative, talvolta di
dimensioni ridottissime. Il secondo, di estrazione rurale, presenta un
carattere preindustriale con l'assenza di una consolidata divisione in
classi al suo interno, e costituisce la fascia subalterna. La divisione
linguistica non può quindi considerarsi una divisione etnica
propriamente detta, anche in considerazione delle tradizioni comuni ai
due gruppi, dell'interazione che la regione ha avuto con i popoli più
disparati, e dei conseguenti sincretismi: piuttosto si deve parlare di
un'identità istriana differenziata da quella italiana come da quella
slava, che comprende oltre ai due gruppi prevalenti anche comunità di
diversa origine (Serbi, Ebrei, ecc.). Alla diversità della lingua
corrisponde invece una distinzione di ruolo, tant'è che al passaggio di
classe corrisponde generalmente il cambiamento dell'idioma.
        In questo contesto, in Istria come in Dalmazia lo spirito
nazionalista che si infiltra nel secolo dei Risorgimenti costituisce un
fenomeno anomalo: dimenticando la secolare e pacifica convivenza,
ogni gruppo linguistico si lancia nella ricerca del più remoto passato e
di radici gloriose per affermare il proprio "diritto" sulle terre. La
"coscienza nazionale" si dimostra allora essere in realtà l'incoscienza
della propria particolarità, il rifiuto di un'identità che non è
riconducibile ai caratteri propri delle entità storico-culturali confinanti.


La questione di Fiume: transizione al fascismo

        Con la disfatta austriaca della I Guerra Mondiale l'Italia ottiene
Trieste, l'Istria, Zara e le isole del Carnaro. Malgrado che a Roma,
prima dell'entrata in guerra, fosse stata segretamente promessa l'intera
Dalmazia (Patto di Londra, 1915), al termine del conflitto quest'ultima
è assegnata per volontà del Presidente Wilson al neonato Regno dei
Serbi, dei Croati e degli Sloveni (2). Il porto istriano di Fiume
(Rijeka), fondato nel VII secolo dai Croati e ai primi del Novecento
popolato prevalentemente da genti di lingua italiana (3), diventa una
"città aperta" presidiata dalle quattro potenze vincitrici: Gran
Bretagna, Francia, Stati Uniti e Italia. Ma le rivalità fra i quattro
reparti militari e le manifestazioni dei nazionalisti italiani sono causa
di numerosi incidenti. A Versailles, dove sono in corso le trattative di
pace, i rappresentanti italiani rinunziano a Fiume per non inimicarsi
gli Stati Uniti, dai quali si aspettano un aiuto economico per salvare il
paese dal tracollo.
        La "vittoria mutilata", e cioè la questione di Fiume "tradita" dal
governo, accende gli animi di molti "patrioti" italiani. I milioni di
soldati, che sono tornati dalla guerra senza riuscire a reinserirsi nella
società, vedono in Fiume l'occasione di continuare a fare l'unica cosa
di cui sono capaci: combattere. Il 12 settembre 1919 (10 mesi dopo la
conclusione della guerra) il "poeta-soldato" Gabriele D'Annunzio
conquista Fiume al grido "Fiume o morte!", insieme al reparto dei
Granatieri di Sardegna e ad altri volontari, ivi compresi vari reparti
dell'esercito inviati ad intercettarli (4). Il governo Nitti prende le
distanze dai "legionari", invoca l'applicazione della legge marziale
contro i disertori che hanno seguito D'Annunzio, e nomina un
commissario incaricato di ristabilire l'ordine nel porto istriano: il
generale Pietro Badoglio (5). Quasi un anno dopo, il 30 agosto del
1920, il "Vate" proclama a Fiume uno stato indipendente, la Reggenza
Italiana del Carnaro. Il 12 novembre il Trattato di Rapallo sancisce la
costituzione di uno Stato autonomo a Fiume, intimando tuttavia al
poeta di lasciare la città. Alla vigilia di Natale l'esercito regolare
italiano attacca Fiume, che capitola dopo cinque giorni di scontri
sanguinosi (6).
        Nel 1923 il porto istriano viene annesso da Mussolini. Tra le
misure prese dal regime durante il Ventennio, ricordiamo l'abolizione
dell'insegnamento in lingua slava e la spinta all'emigrazione massiccia
di Croati e Sloveni dall'Istria verso il neonato Regno jugoslavo (7).
Numerosi italiani non autoctoni arrivano con l'amministrazione
statale. La tensione sale: si rafforza l'irredentismo slavo e sono
frequenti le rivolte antiitaliane; parallelamente, inoltre, il Regno
jugoslavo intraprende in Dalmazia un'opera di "slavizzazione".
        Ponendosi al di fuori della schematica contrapposizione fra
italiani e slavi, ampi strati della popolazione istriana si mostrano
refrattari alle agitazioni nazionalistiche delle borghesie, rifiutando di
optare per l'una o l'altra delle patrie che sono loro proposte ed
originando quel sentimento descritto in seguito dallo scrittore F.
Tomizza, indicato come "identità dell'inappartenenza" (8).


Il nazifascismo contro la popolazione civile

        Nell'aprile del 1941 l'Asse occupa la Jugoslavia e la suddivide
in vari territori. In particolare, l'Italia si annette parti ulteriori
dell'attuale Slovenia e della Dalmazia. Gli imperialismi italiano e
tedesco di quel periodo cercano di sfruttare al massimo i contrasti
interetnici e politici locali, sperando di trarne vantaggio.
Particolarmente disinvolto è l'atteggiamento italiano, caratterizzato dal
tenere i piedi in più staffe. L'Italia, dopo essere stata sponsor del
"duce" croato Ante Pavelic, il quale con le benedizioni del Vaticano
(9) viene messo dai nazisti a capo dello Stato Autonomo di Croazia,
non si fa scrupolo di annettersi parti rilevanti dell'entroterra dalmata ed
allearsi con i cetnici serbi (nemici sia dei Croati che della "Grande
Albania" italiana) nella Krajina di Knin ed in Erzegovina.
        La guerra viene condotta dagli Italiani, come dalle altre parti,
in modo cruento. Ai rastrellamenti di civili si sommano le violente
rappresaglie contro i partigiani comunisti, concretizzate spesso con
l'incendio di interi villaggi, fucilazioni di massa e deportazioni in
campi di concentramento. L'operato italiano non si limita ovviamente
all'Istria e alla Dalmazia: nel 1942, a Lubiana, occupata dagli italiani,
vengono uccisi 103 ostaggi . Nel Montenegro l'uso è di fucilare 50
ostaggi per ogni italiano ucciso. Gli stessi militari italiani saranno le
vittime del furore dei loro comandi di appartenenza (10). Tra i
personaggi coinvolti nelle atrocità commesse durante la guerra va
ricordato il nome di Mario Roatta, capo di Stato Maggiore dell'esercito
e comandante della II Armata in Jugoslavia, il quale si rese famoso
perché usava dire: "Testa per occhio" (11). Egli fu anche l'artefice del
clamoroso furto ai danni della Banca Nazionale Jugoslava, con la
complicità di Vincenzo Azzolini, Governatore della Banca d'Italia.
Come nel caso di tanti altri criminali di guerra, al termine del conflitto
Roatta e Azzolini riuscirono entrambi a scamparla, con l'aiuto
determinante del Vaticano e degli Alleati (12).

La lotta partigiana e il dopoguerra

        La Guerra di Liberazione Popolare prende consistenza in un
contesto dominato da un diffuso sentimento antiitaliano e antitedesco
della popolazione. Le devastazioni e i saccheggi sono rimasti
fortemente impressi nella memoria collettiva, e il desiderio di vendetta
che va maturando è all'origine di atti sanguinosi destinati a protrarsi
fino alla fine della guerra. La tecnica usata dai partigiani al fine di
seminare scoramento nelle truppe occupanti è di tipo terroristico:
molti italiani saranno scannati ed "infoibati" (13). Le conseguenze
estreme dell'espansionismo italiano e tedesco si rivelano
controproducenti per il gruppo linguistico italiano. Gli Italiani non
autoctoni, giunti durante il Ventennio, iniziano a scappare subito dopo
l'armistizio dell'8 settembre 1943. La riconquista del territorio da parte
dei titoisti, che procede lungo l'asse sud-nord, è accompagnata da
intimidazioni e violenze contro tutti quelli ritenuti compromessi con il
Fascismo: dal gerarca locale al delatore, dall'impiegato pubblico al
benestante.
        Dopo l'armistizio, i 340.000 militari italiani dislocati in
Jugoslavia sono lasciati al loro destino: è solo dopo 5 giorni, quando
alcuni lo hanno già fatto di propria iniziativa, che ad essi viene
impartito l'ordine di volgere le armi contro l'ex-alleato tedesco (14).
Sugli Italiani, nel frattempo, si è scatenato il fuoco incrociato di tutte
le fazioni, spinte le une dal desiderio di regolare i conti in sospeso, le
altre dalla rabbia per il tradimento appena subito. Lo sbandamento dei
militari è totale: alcuni si mettono a disposizione dei Tedeschi; altri
cercano un nuovo alleato nei partigiani, la cui azione si rivela giorno
dopo giorno vincente e gradita agli Anglo-americani. Tra coloro che si
unirono alla lotta partigiana, menzioniamo la nota divisione
"Garibaldi" comandata dal maggiore Ravnich, costituita dagli sbandati
e dalle milizie superstiti dei violenti scontri di quei giorni, dopo una
breve e fallimentare esperienza a fianco dei cetnici. Più che da
convinzioni ideologiche o da una spontanea rivolta italiana contro i
nazifascisti, l'alleanza fra gli ex-occupanti ed i comunisti sembra
dettata dalle pressanti necessità di entrambi: i partigiani ottengono così
armi in abbondanza e milioni di lire inviati da Roma (15), mentre gli
Italiani ne ricavano protezione e sostentamento.
        Saranno i partigiani a liberare Trieste nel maggio '45,
arrivandovi contemporaneamente agli Alleati. Situazioni di tensione si
generano sulle alture della Carnia, dove partigiani italiani e jugoslavi
giungono ai ferri corti per questioni di confine. Nel febbraio del '47,
con il Trattato di Parigi, viene sancito il passaggio di gran parte
dell'Istria e di tutta la Dalmazia alla Jugoslavia. La parte nord-
occidentale della penisola istriana entra a far parte del "territorio libero
di Trieste", per il quale è prevista un'amministrazione delle Nazioni
Unite. In realtà sarà realizzata una divisione di fatto in due zone: la
cosiddetta zona A, con capoluogo Trieste, resta sotto l'occupazione
anglo-americana, e nella zona B rimane l'amministrazione jugoslava.
        Trieste diventa il maggior centro di raccolta degli istriani di
lingua italiana, che proseguono l'esodo iniziato nel corso del conflitto.
Esso include, oltre a quelli arrivati in Istria con il Fascismo, molti
istro-veneti autoctoni, ossia il gruppo linguistico che ha sinora
detenuto la supremazia sociale e non accetta il nuovo Stato comunista
e la conseguente perdita delle proprietà; "valore" questo
indubbiamente meno astratto di quelli di patria, nazione, civiltà e
religione, "minacciati dal sovversivismo slavo comunista" (16). Ad
essi si contrappone il gruppo di quelli che scelgono di rimanere,
perché ritengono di dare vita insieme ad altri popoli ad "un paese
plurinazionale che deve chiudere per sempre - con la sua realtà e con il
suo esempio - le secolari rivalità nazionali della Balcania" (17). La
migrazione di questo periodo dalla Jugoslavia verso l'Italia risponde
anche al fenomeno dell'urbanizzazione, storico e di lunga data:
Trieste, in quanto maggior centro della zona, ne è la destinazione
principale. L'entità dell'esodo del dopoguerra è di difficile valutazione:
le stime vanno da 100.000 a 350.000 persone; in ogni caso si tratta di
una parte consistente della popolazione istriana (18).
        La questione confinaria sembra risolversi il 10 novembre 1975
con il Trattato di Osimo, con il quale le due zone entrano a pieno titolo
a far parte di Italia e Jugoslavia. Il trattato è tuttavia oggetto di
continue contestazioni da parte dell'estrema destra: fra gli esuli istriani
le ripercussioni emotive destano recriminazioni, rimaste vive fino al
giorno d'oggi. Resta in particolare il nodo dei beni abbandonati oltre
confine: la Jugoslavia si è impegnata a versare oltre 110 milioni di
dollari all'Italia, ma negli anni '80 il governo di Belgrado, investito
dalla crisi economica, ha corrisposto un sesto della somma pattuita.

Conseguenze della fine della Jugoslavia

        Il crollo del muro di Berlino e l'affermazione della Germania
come principale potenza economica e politica europea sconvolgono gli
equilibri geopolitici. Nell'ambito di un continente sempre più
dominato dai nazionalismi, nei Balcani si riapre la competizione fra le
potenze per la supremazia. La morte della Federazione Jugoslava ha
dato il via ad una carneficina per la spartizione del territorio: le
diplomazie di tutte le potenze, grandi e medie, si lanciano nella
competizione balcanica, cercando di ridefinire i rapporti di forza. La
mole degli investimenti italiani in Slovenia e Croazia (19) è
impressionante, e i capitali italiani entrano apertamente in
competizione con la Germania per la conquista dei nuovi mercati.
"Insieme alla Germania, l'Italia è il paese europeo che guadagna di
più dalla vittoria occidentale nella guerra fredda" afferma Ludovico
Incisa di Camerana, ex-diplomatico e cervello della politica estera
democristiana (20).
        È in questo contesto che nell'Italia della "seconda repubblica"
si ridesta la mai sopita ambizione al predominio sull'Istria e la
Dalmazia. Le dichiarazioni sui presunti "diritti" su questi ex-territori
italiani si moltiplicano da parte degli esponenti dei partiti usciti
vittoriosi dalle elezioni del 27 e 28 marzo, eletti dopo una campagna
elettorale tutta incentrata su questioni di politica interna. L'Italia
riscopre la geopolitica da tavolino e, come nel '19, la questione
dell'Istria offre l'occasione per una prova generale delle reazioni
dell'opinione pubblica nazionale ed internazionale sui temi degli
"interessi vitali del paese". Il ripensamento della politica estera in
chiave neonazionale e geopolitica è il cavallo di battaglia della rivista
Limes, che accoglie argomentazioni di lunga data di esponenti delle
élites politico-militari, come il generale Carlo Jean, ex-consigliere
militare di Francesco Cossiga ed ora direttore del Centro Alti Studi
della Difesa (21). Si distinguono inoltre gli "esperti" di Forza Italia per
i temi di politica estera, il generale Luigi Caligaris e Livio Caputo;
quest'ultimo afferma: "Slovenia e Croazia non rispettano gli accordi e
fanno muro alle richieste di restituzione dei beni sequestrati agli
Italiani dai comunisti. [...] Se vogliono unirsi alla C.E.E. paghino il
pedaggio, altrimenti restino fuori dalla porta" (22). Nel programma
elettorale di Alleanza Nazionale si leggeva: "I territori dell'Istria, di
Fiume e della Dalmazia debbono tornare, mediante nuovi accordi
internazionali, sotto la sovranità dello Stato italiano" (23).
        L'aria che si respira attualmente nei territori dell'Istria e della
Dalmazia è pesante. Le mire italiane costituiscono soltanto l'ultima, in
ordine cronologico, delle pressioni che vengono esercitate sulla
penisola istriana e sulla costa e le isole dalmate. Il confine sorto nel
1991 fra la Slovenia e la Croazia, prima solo una mera linea di
demarcazione amministrativa, spacca l'Istria in due, creando
ripercussioni emotive tra gli istriani, e diviene motivo di tensione tra i
due nuovi Stati (24). Tale confine non era mai esistito, e costituisce
una ferita profonda ed inaspettata per una regione multilinguistica e
multiculturale.
        La regione è aggredita inoltre dal nazionalismo e
dall'intolleranza dell'HDZ, il partito del presidente croato Tudjman, e
dalla nuova classe dirigente slovena che impedisce alle realtà locali di
autoorganizzarsi (25). Gli Istriani di Croazia hanno riaffermato con
forza la loro identità regionale attraverso il voto alle elezioni del
febbraio 1993: la maggioranza dei voti della regione è andata alla
Dieta Democratica Istriana, sostenitrice di un regionalismo che
prescinde dalle frontiere nazionali (26). Il successo di questa
formazione non può essere attribuito al solo voto degli istriani di
lingua italiana, che l'HDZ accusa di separatismo: "si tratta invece
della dissociazione della popolazione istriana (regione plurilingue ma
indiscutibilmente oggi a grande maggioranza croata) dalla politica
nazionalista del proprio governo, che non ha esitato ad appropriarsi
dei medesimi simboli dello stato croato della seconda guerra
mondiale" (27). La risposta della Corte Costituzionale croata è arrivata
con la recente sentenza, che ha cancellato gli articoli dello Statuto
dell'Istria che garantivano il bilinguismo (28).
        Oltre alle popolazioni di lingua italiana nella ex-Jugoslavia,
bisogna ricordare la questione della popolazione di lingua slovena in
Friuli-Venezia Giulia, circa 52.000 persone (29). Questa comunità
aspetta da lungo tempo un riconoscimento dei suoi diritti, ed avanza la
richiesta che le venga finalmente dato atto di essere parte costitutiva
del carattere multiculturale della zona di confine.
        Il 15 gennaio 1992, allorché l'indipendenza della Slovenia e
della Croazia è stata riconosciuta dalla C.E.E., il Ministro degli Esteri
De Michelis ha creato un incidente diplomatico con la Slovenia
rifiutandosi di riconoscere la "reciprocità" dei diritti delle rispettive
minoranze. Il "memorandum" sulle minoranze, che era stato
approntato per essere sottoscritto dai rappresentanti di Roma, di
Zagabria e di Lubiana, è stato firmato soltanto dalle prime due. In
Italia, e soprattutto fra i triestini ed i giuliani, il timore era che la parità
di trattamento potesse comportare l'introduzione del bilinguismo e
l'assegnazione agli sloveni di due seggi a Montecitorio, come avviene
a Lubiana per gli italiani. Il nuovo governo presieduto da Dini tenta di
allentare la tensione, forse anche a causa di una minore autonomia
dalla politica tedesca: il ministro degli esteri Susanna Agnelli ha infatti
ritirato il veto ai negoziati di associazione della Slovenia all'Unione
Europea; in cambio Lubiana si è impegnata a legalizzare l'acquisto di
immobili da parte degli stranieri, rendendo così più facile il ritorno in
Istria degli esuli "pentiti" (30). Ma Mirko Tremaglia, autorevole
esponente di AN, già "papabile" ministro del governo Berlusconi e
attuale presidente della Commissione Esteri della camera, ha
dichiarato di non poter essere soddisfatto fintantoché non saranno
restituiti i beni abbandonati cinquant'anni or sono.
        La regione è così ambita anche per la sua posizione strategica
di raccordo fra il mondo germanico ed il Mediterraneo: i porti di
Capodistria e Fiume sono concorrenti diretti di Trieste per il transito
delle merci fra la Mitteleuropa e l'Adriatico. A sottolineare
l'importanza geopolitica dei Balcani, nell'Adriatico si assiste ad
un'intenso traffico di navi da guerra, mentre un terzo dell'esercito
italiano si trova già da molto tempo in Friuli-Venezia Giulia, regione
piena anche di basi NATO (come quella di Aviano, usata come pista
di lancio delle operazioni nell'ex-Jugoslavia). Alla ricerca di uno
status di media potenza, inoltre, l'Italia ha chiesto di poter partecipare
all'intervento O.N.U. in Bosnia-Erzegovina, dal quale è finora stata
esclusa a causa del ruolo assunto durante il secondo conflitto
mondiale. Ma dal Montenegro alla Slovenia, la memoria della
popolazione brucia ancora per l'esperienza del fascismo, ed i massacri
perpetrati durante l'occupazione italiana non sono stati ancora
dimenticati. Pertanto, alle persone di buon senso l'interventismo degli
esponenti della destra italiana può solo apparire come uno scherzo di
pessimo gusto.

ANDREA MARTOCCHIA e FRANCO MARENCO (31)

(aprile 1995)

(1) cfr. M.P. Pagnini e M. Galli, "Contesa tra due patrie l'Istria sceglie il
regionalismo", Limes, n.1-2/1993
(2) Solo nel 1929 esso prenderà l'appellativo di Regno di Jugoslavia. In
serbocroato jugoslavi significa "slavi del sud".
(3) La popolazione di Fiume all'epoca era costituita dal 62% di Italiani, il
25% di Slavi ed il 10% di Ungheresi. Cfr. Avvenimenti, 2 marzo 1994.
(4) cfr. L. Castellani, "D'Annunzio proclama: il dado è tratto", Storia
illustrata n.142, settembre 1969
(5) Pietro Badoglio, ex-partecipante alle guerre d'Eritrea e di Libia nonché
alla Grande Guerra, è lo stesso che fu Capo di Stato Maggiore Generale dal
1925 al 1940 (nominato da Mussolini), che guidò la presa di Addis Abeba
nel 1936, e che fu poi nominato capo del governo dal Re dopo la caduta di
Mussolini; veste nella quale firmò in segreto l'armistizio con gli Alleati il 3
settembre del 1943, per poi scappare a Brindisi (dopo che l'armistizio era
stato reso noto l'8 di quel mese) lasciando il paese nel caos ed
abbandonando le truppe alla loro sorte.
(6) L'episodio è rimasto noto come il "Natale di sangue".
(7) cfr. M.P. Pagnini e M. Galli, op. cit.
(8) Questo sentimento si esprime nel movimento dei lavoratori, che ha qui
radici solide ed antiche; cfr. M.P. Pagnini e M. Galli, op. cit. Contro i
fascisti e l'esercito, i minatori italiani ed i contadini croati insorgono già nel
marzo del '21.
(9) A più riprese Pavelic si recò a Roma per farsi benedire da papa Pio XII
(cfr. W. Deschner su Konkret, marzo 1994).
(10) cfr. A. Pitamitz, "Da invasori a combattenti per la libertà", Storia
illustrata n.274, settembre 1980.
(11) Ampia documentazione sui crimini di guerra italiani in Jugoslavia
potrebbe essere fornita dalle inchieste prodotte dalla B.B.C., acquistate
recentemente dalla RAI, e tradotte in italiano dal regista Massimo Sani, ma
mai trasmesse; cfr. P. M. Trivelli, il Messaggero, 16 aprile 1994.
(12) cfr. F. Bandini, "L'oro di Belgrado", Storia Illustrata n.203, ottobre
1974.
(13) cfr. A. Pitamitz, op. cit. Le "foibe" sono profonde fosse di origine
carsica diffuse negli altipiani di Istria e Dalmazia, nonché della Venezia
Giulia, nelle quali le parti coinvolte usavano gettare i prigionieri, talvolta
ancora vivi.
(14) Sulla sorte degli Italiani in Jugoslavia dopo l'armistizio e sull'alleanza
con Tito, cfr. A. Pitamitz, op. cit.
(15) Durante l'intero conflitto la lira italiana aveva corso legale in
Montenegro ed Albania.
(16) Le 23.000 pratiche aperte fino al 1958, riguardanti i beni abbandonati,
censite dall'Opera per l'assistenza ai profughi giuliani e dalmati,
comprendevano l'83% delle proprietà dell'ex-Venezia Giulia (cfr. M.P.
Pagnini e M. Galli, op. cit.).
(17) Parole di Finocchiaro; cfr. G. Calchi Novati, "Trieste ribelle agli
alleati", Storia Illustrata n.192, novembre 1973
(18) cfr. M.P. Pagnini e M. Galli, op. cit.
(19) ma soprattutto in Albania, Romania e Macedonia.
(20) cfr."Il neo imperialismo italiano nei Balcani", Contropiano, aprile
1995.
(21) cfr. il primo numero di Limes-Rivista italiana di geopolitica (n.1-
2/1993), ed in particolare la tavola rotonda con E. Galli della Loggia, A.
Panebianco e G.E. Rusconi, "Alla ricerca dell'interesse nazionale", e
l'articolo di C. Jean, "Ripensare la sicurezza nell'età dei nazionalismi"
(22) cfr. il Messaggero, 11 aprile 1994
(23) cfr. Avvenimenti, 2 marzo 1994
(24) Nel 1991, soldati sloveni sconfinano in direzione di Buie, retrocedendo
solo dopo la reazione croata. L'oggetto della contesa è la penisola di
Salvore, che è causa del congiungimento delle acque territoriali italiane e
croate intorno a Capodistria, e conseguentemente impedisce alla Slovenia
l'accesso diretto alle acque internazionali, mettendone in crisi l'industria
ittica. Cfr. A. Sema, "Il triangolo strategico Trieste-Fiume-Capodistria",
Limes n.1-2/1993.
(25) cfr. M.P. Pagnini e M. Galli, op. cit. Tra le "innovazioni" della Croazia
indipendente c'è in particolare la "domovnica", il certificato di appartenenza
al popolo croato necessario per il godimento dei diritti civili, che si ottiene
dopo un'indagine sull'appartenenza religiosa, sulle frequentazioni e
sull'attività politica.
(26) Fra le proposte sorte di recente, vi è quella della creazione di una
regione autonoma a cavallo delle frontiere.
(27) cfr. M.P. Pagnini e M. Galli, op. cit.
(28) cfr. Il Sole 24 ore, 13 febbraio 1995
(29) La cifra risale al 1975, cfr. S. Romano, "Lasciamo il confine dov'è",
Limes n.1-2/1993
(30) cfr. la Repubblica, 7 marzo 1995
(31) Gli autori sono della redazione della trasmissione "L'indice puntato:
viaggio nell'informazione negata", che va in onda sull'emittente romana
Radio Città Aperta. Essi vogliono sottolineare il carattere "amatoriale" di
questo lavoro. Le fonti citate derivano dagli articoli di giornale che hanno
conservato, e pertanto non c'è nessuna pretesa di completezza.