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![]() L'Italia e i BalcaniL'IMPERIALISMO ITALIANO di Ilario Salucci Negli anni Novanta il capitale italiano ha fatto un salto di qualità assumendo un peso non secondario a livello internazionale. A ciò ha corrisposto la ripresa di una politica estera aggressiva tesa ad affermare il ruolo dell'Italia come "media potenza" specie attraverso l'intervento in Somalia, in Bosnia e in Albania Il termine di "imperialismo italiano" non ha particolare fortuna nella sinistra. Dapprima rigettato a favore d'una visione dell'Italia come "semi-colonia" statunitense, viene oggi rimosso mettendo l'accento sul pericolo di una "sudditanza" rispetto all'imperialismo tedesco nell'Europa unita. Questa generalizzata reticenza sul ruolo imperialista dell'Italia (fino alla sua negazione pura e semplice) ha origini ben poco nobili: la posizione del PCI favorevole nel dopoguerra al possesso italiano, sotto forma di mandato, delle ex-colonie fasciste e prefasciste. Più in generale si collega all'identificazione della sinistra con lo "stato borghese" fino a non vedere gli interessi di tipo imperialistico e le modalità (non riducibili alle iniziative militari) con cui li persegue. Da qui hanno origine anche le timidezze, le oscillazioni e gli errori sul terreno dell'internazionalismo. LA VERA NATURA DELLA MONDIALIZZAZIONE A mettere in ombra il ruolo imperialista dell'Italia hanno poi concorso in questi ultimi anni le analisi relative alla cosiddetta mondializzazione. Esse tendono fra l'altro a sottolineare l'accresciuto ruolo delle grandi imprese multinazionali, che delegittima e restringe il potere decisionale degli stati, mentre cresce a dismisura il potere internazionale esercitato da organismi quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l'Organizzazione per il Commercio Mondiale, espressioni del capitale "transnazionale". In linea generale viene occultato il ruolo centrale che continua ad avere lo Stato in questo processo di mondializzazione. Se infatti è vero che per molte merci è difficile indicare la nazione di appartenenza, non è così per i capitali, indubbiamente nazionali nella stragrande maggioranza dei casi. Se è vero che il potere esercitato dal FMI e dagli altri organismi internazionali è senza paragoni storici, e con risultati catastrofici per l'umanità, è anche vero che non si tratta di un "governo capitalista mondiale", ma semmai del frutto di molteplici scontri a livello internazionale tra grandi gruppi oligopolisti e stati nazionali, e dell'incrocio tra i primi e i secondi. Se è vero che i poteri degli stati sono diminuiti, sino ad azzerarsi nel mercato dei capitali, è anche vero che per altri versi la "intraprendenza" statale si è incrementata, con la strutturazione politica (e talvolta militare) di aree di influenza a livello mondiale (i tre poli con al centro USA, Europa occidentale e Giappone) e con processi di "ricolonizzazione" del Terzo Mondo. LA "MULTINAZIONALIZZAZIONE" DELL'ITALIA Contrariamente ad alcune specifiche performances militari dello stato italiano, i capitali italiani non sono affatto "straccioni" sull'arena internazionale. Andrebbe a questo proposito individuato, da un lato, l'apporto (in materie prime, sbocchi di mercato, fonti di capitali) del Terzo Mondo all'economia italiana, apporto che sostiene una buona fetta dei suoi interessi internazionali; dall'altro, il ruolo del capitale finanziario italiano a livello mondiale (cioé del capitale bancario e del capitale industriale e non, nell'accezione giornalistica, della "massa monetaria speculativa"). Al proposito mi lmiterò qui ad alcune considerazioni su aspetti specifici. Il grande evento dell'ultimo decennio a livello internazionale è stata l'esplosione degli investimenti diretti all'estero (IDE), indirizzati soprattutto ai paesi OCSE, per cui è stato coniato il termine "mondializzazione del capitale" distinto dalla "mondializzazione degli scambi": nel 1991-1994 il tasso medio annuo d'incremento mondiale è stato di circa il 13% (mentre il PIL cresceva mediamente del 4%), e nel 1995 è stato del 40%. I primi dati relativi al 1996 parlano del 7-8%. In questo quadro il capitale italiano non solo ha retto a questo flusso impetuoso ma ha addirittura migliorato la propria posizione relativa: mentre dal 1980 al 1984-85 la quota italiana nello stock di IDE mondiali era intorno all'1,5%, dal 1990 si è assestata sul 3,2-3,3% (tutte queste cifre sono soggette a discussioni per le difficoltà di rilevamento statistico, ma la tendenza è inequivocabile). Il grande slancio di "multinazionalizzazione" nella manifattura italiana si è consumato nella seconda metà degli anni Ottanta grazie a un ristrettissimo numero di grandi gruppi. Successivamente i capitali italiani "hanno tenuto la posizione" con un sostanziale arretramento delle grandi imprese (tuttavia i primi 10 gruppi detengono ancora il 76% della quota di IDE italiani in termini di fatturato), e il moltiplicarsi di medie e piccole imprese che si lanciano negli investimenti esteri: 500-600 imprese principalmente della Lombardia, di settori tradizionali, rivolte soprattutto ai paesi dell'Est e alla ricerca di materie prime e forza lavoro a buon mercato. Dopo il 1993, mentre la svalutazione della lira limita gli investimenti esteri, si registra un calo degli investimenti nei paesi OCSE e un rinnovato interesse per i paesi dipendenti. L'Italia entra nel "club" dei paesi investitori all'estero, benché come fanalino di coda sia per il numero di imprese coinvolte (circa un migliaio), sia per la consistenza del flusso di IDE (negli anni Novanta 5-8 miliardi di dollari all'anno di investimenti totali non solo industriali, rispetto ai 15-30 miliardi della Francia), sia per gli addetti occupati (circa 600.000). Questa rinnovata "maturità" del capitale italiano viene rafforzata se si considerano i cosiddetti contratti di "collaborative ventures" (rapporti di sub-fornitura internazionale dove il sub-fornitore mantiene la propria indipendenza formale), più altre svariate forme contrattuali. Su questo terreno non ci sono dati statistici, a parte il numero di imprese italiane coinvolte (circa 9.000, dieci volte il numero di imprese che attuano IDE). Il grado di internazionalizzazione del sistema bancario italiano risulta molto arretrato. Non è così per i flussi strettamente "finanziari" dove si è compiuto un "balzo" negli anni Novanta. Nel 1992 l'Italia si è assestata a un livello di operazioni transnazionali su azioni e obbligazioni pari al proprio prodotto nazionale lordo, livello totalmente in linea con gli altri paesi, mentre un quindicennio fa il divario con questi paesi era di uno a dieci. Infine l'export italiano nel periodo 1993-1995 (drogato dalla svalutazione della lira) ha conosciuto performances superate in questo triennio dal solo Canada, con un incremento del 16-24% sull'anno precedente. Nel 1996 questo tasso si è posizionato a un misero 1,5% (in termini reali si è quindi avuto un calo), ma grazie al crollo delle importazioni la bilancia commerciale ha fatto registrare un attivo record. Riferendosi alla situazione del 1994, la quota dell'export italiano su quello mondiale è approssimativamente del 4,5-5%, e le aree geografiche dove conta maggiormente sono il Medio Oriente (8,5%), l'Unione Europea (7%) e l'Africa (6,5%). Le aree dove mostra maggiore dinamismo sono i Nuovi Paesi Industrializzati (+264% dal 1990 al 1996), i Paesi dell'Europa Centrale e dell'Est (+290%) e i Paesi a Economia Pianificata (+277%): oggi queste tre aree contano rispettivamente per l'8%, per il 6% e per l'1% del totale export italiano. La "forza" delle esportazioni italiane (export su prodotto nazionale lordo) è in linea con quella degli altri paesi dell'UE e del Canada e nettamente superiore a quella degli USA e del Giappone. IL NUOVO POSIZIONAMENTO DEL CAPITALE ITALIANO In un quindicennio il capitale italiano ha dunque fatto un salto qualitativo nell'arena internazionale, mentre sul terreno degli investimenti, delle speculazioni e dei mercati si è venuto a costituire un nodo di interessi senza precedenti. A differenza di un quindicennio fa, in cui gli interessi internazionali del capitale italiano erano limitati ai tre gruppi (Fiat-Pirelli-Agip) e avevano un peso totalmente marginale, oggi vi è una intensificazione dei capitali con grossi interessi internazionali (una decina di grandi gruppi), e una pletora di piccoli capitali, la maggior parte dei quali interessata più che altro alla rapina delle risorse dei paesi dipendenti e dell'Est. Complessivamente il capitale italiano ha un peso internazionale per nulla marginale che si è tradotto - a riprova della sua vitalità - nell'ingresso dell'Italia nel G7 e nella sua partecipazione a numerose iniziative internazionali. Raffrontando gli indici della produzione industriale dei paesi OCSE si scopre che il tasso di crescita medio dell'Italia dal 1974 al 1995 è il più alto dopo quello di Giappone e USA: l'Italia si posiziona all'1,7%, contro il 2,5% del Giappone e il 2,3% degli USA, sopravanzando Gran Bretagna, Francia e Germania. Il sistema economico italiano, tra i primi del mondo, tende quindi ad affermarsi in modo aggressivo sulla scena internazionale, dalla quale era stata assente fino a 15 anni fa, rivendicando per sé opportunità e facilities degne della propria consistenza. La politica estera italiana degli ultimi anni, come cercheremo di vedere, non è stata però solo il frutto della sommatoria di questi interessi, zona per zona ma ha mirato a creare le condizioni per un salto di qualità in futuro. Emblematica è l'esperienza albanese, dove sarebbe totalmente fuorviante leggere l'iniziativa italiana come una semplice difesa degli interessi immediati del capitale italiano. I DISASTRI DELL'AVVENTURA SOMALA Tre casi hanno segnato la politica estera italiana in questi ultimi cinque anni: la vicenda somala, quella relativa all'ex-Jugoslavia e quella albanese. Il governo italiano ha voluto a tutti i costi partecipare all'avventura somala nel dicembre del 1992, superando l'ostilità degli altri partecipanti e dei protagonisti militari e politici somali. Ostilità ovvia considerando le responsabilità dell'Italia nel disastro che si era venuto a creare, sia in termini di rapina al paese (prima con la filiera democristiana negli anni Cinquanta e Sessanta, poi con quella del PCI negli anni Settanta, infine con quella del PSI negli anni Ottanta, gli "anni d'oro" della "Cooperazione italiana"), sia in termini di appoggio incondizionato a Siad Barre fino alla sua cacciata da Mogadiscio nel gennaio del 1991. L'Italia ha imposto la propria presenza con il contingente più grande dopo quello statunitense. Arrivò addirittura a chiedere più volte, sempre inutilmente, il comando stesso dell'operazione, mentre nel corso della guerra civile le filiere del capitale italiano saltavano, salvando solo gli interessi dell'Agip, della Somalfruit, del business "umanitario" e di quello militare. La politica estera italiana, e la dinamica internazionale degli avvenimenti, hanno creato diverse contraddizioni e imbarazzi in molti settori della sinistra e del cosiddetto "arcipelago pacifista": 1. la partecipazione italiana alla spedizione militare in Somalia è stata contrassegnata da continui scontri sia con le Nazioni Unite, sia con gli USA, riguardo alla conduzione dell'operazione (fatto incomprensibile per quanti erano accecati dalla "subordinazione italiana agli Stati Uniti"); 2. la fase di coinvolgimento militare più pesante della forza multinazionale Restore Hope è stata diretta dall'ONU che, richiedendo un esplicito mandato, trasformò la Somalia in un test per le proprie ambizioni di potere sovranazionale sganciato dalle pressioni statunitensi. Il risultato è noto: sconfessione delle Nazioni Unite, ritiro statunitense, naufragio della missione somala tra il 1994 e il 1995, politica di "snellimento" dell'ONU, "guerra" degli USA contro Boutros-Ghali nel 1996 con la sua non-rielezione. Una dinamica che ha sconfessato quanti a sinistra andavano richiedendo maggiori poteri per l'ONU, attaccando sì gli Stati Uniti ma sostenendo la politica da macello del "terzomondista moderato" Boutros-Ghali. In tutta questa vicenda la potenza più coerente nella sua "separazione" dall'ONU è stata l'Italia, che anche "sul terreno" ha operato indipendentemente dal comando militare dell'ONU (oltre a richiedere, inascoltata, una sua "democratizzazione" con l'allargamento del Consiglio di Sicurezza); 3. la missione somala ha operato sotto la parola d'ordine (coniata da Woytila) della "ingerenza umanitaria": concetto chiave per la "ricolonizzazione" del Terzo Mondo visto che nessuno si è mai sognato di chiedere l'intervento dell'esercito cubano a Los Angeles per "ingerenza umanitaria" a favore dei neri. In realtà l'esistenza drammaticamente reale di "emergenze umanitarie" richiederebbe tutt'altra strumentazione. È stato ampiamente dimostrato come anche dal punto di vista degli aiuti umanitari la missione Restore Hope peggiorò la situazione preesistente. Nonostante ciò il concetto è ancora particolarmente in voga nel cosiddetto "volontariato", l'altroieri per la Bosnia e ieri per l'Albania. La "subordinazione" della sinistra all'imperialismo italiano ha impedito che in Italia si sviluppasse una campagna di massa per denunciare le atrocità commesse dall'esercito italiano ai danni dei somali, neppure nella primavera del 1993 quando vennero denunciati una serie di episodi gravissimi con reportages fotografici pubblicati dal "Corriere della Sera" e da "Epoca". Lo Stato italiano da sempre considera il Corno d'Africa, e in particolare la Somalia, un avamposto nell'Africa subsahariana. Un continente dove gli imperialismi hanno continuato ad operare in modo diretto mantenendo specifiche aree di controllo. Qui, più che altrove, il controllo politico di una "colonia" è garanzia di presenza economica nel continente. Il controllo politico della Somalia è sinonimo non solo di affari in questo paese, ma anche di affari in altre parti dell'Africa. L'Italia ha sempre cercato di ottenere una delega dalle grandi potenze per la gestione degli affari di questa parte del mondo, e nel 1992 ha voluto imporre la sua presenza nell'Africa nera (Somalia e Mozambico) trasformando questa missione nel primo vero test dei nuovi rapporti di forza internazionali. Di qui i continui durissimi scontri diplomatici con gli Stati Uniti. Il fallimento complessivo (e non solo italiano) della missione somala ha tuttavia vanificato questo lavoro, mentre altre sarebbero state per l'Italia le scadenze utili per ottenere il riconoscimento internazionale del suo status di "media potenza". IL PASTICCIO JUGOSLAVO La politica dei vari governi italiani verso l'ex Jugoslavia è stata da taluni tacciata di incoerenza, da altri di debolezza. Al di là di queste valutazioni, le determinanti di fondo sono riassumibili in questi fattori: 1. evitare spaccature nell'UE, anche con scelte "dolorose" (il governo italiano si allineò alla Germania nel dicembre del 1991 riconoscendo Slovenia e Croazia, pur avendo seguito fino ad allora una politica totalmente diversa e ben più consona agli "interessi nazionali" italiani); 2. evitare ad ogni costo non il proseguimento, ma la generalizzazione prima della guerra serbo-croata (1991-1992), poi di quella bosniaca (1992-1995), obiettivo condiviso da tutti gli attori "occidentali"; 3. fare pressioni politiche e diplomatiche sulle regioni "deboli" (Romania, Albania, Serbia) per ottenere vantaggi negoziali sull'insieme balcanico in veste di "potenza minore" ma "non aggirabile". Da questo insieme di obiettivi, scarsamente legati a precisi interessi economici in loco (gli IDE in Slovenia e Croazia sono marginali) sono derivate una serie di azioni rispondenti in varie fasi all'una o all'altra direttrice. La non-denuncia del trattato di Osimo mirava a evitare spaccature nell'UE e dispute territoriali con un paese in guerra (Croazia), mentre il basso profilo politico su tutta la vicenda bosniaca (che ha evitato qualsiasi coinvogimento di soldati italiani fino al 1995), contribuiva a non gettare olio sul fuoco bosniaco e permetteva al governo italiano di muoversi più liberamente a livello diplomatico, soprattutto nelle sue aperture alla Serbia. Allo stesso tempo l'Italia ha esercitato notevoli pressioni perché venissero riconosciuti gli "interessi nazionali italiani" nella quadriennale disputa con la Slovenia (la gestione "dura" di Martino sotto il governo Berlusconi nel 1994, e quella più "flessibile" di altri/e ministri, hanno ottenuto che la Slovenia accettasse il "protocollo Solana"). Inoltre, l'uso molto disinvolto della Cooperazione italiana a partire dall'autunno 1993, e le minacce di rotture internazionali se al governo italiano non fosse stato riconosciuto un posto negli organismi negoziali, contribuivano a far riconoscere all'Italia un ruolo non certo centrale ma comunque indiscusso. Che rapporto ha avuto e ha questa politica con gli interessi del capitale italiano nei Balcani? Non tanto di "difendere interessi immediati" (data la marginalità degli IDE italiani nell'ex Jugoslavia) quanto di precostituire alcune condizioni affinché questi interessi si possano sviluppare in futuro. Si possono citare a questo proposito il contenimento dell'espansionismo economico tedesco, che offre alle imprese italiane una serie di opportunità per ora sfruttate solo in termini di export commerciale; la creazione delle condizioni politiche per costruire infrastrutture di base nei trasporti (nei paesi balcanici) e così riportare nell'arco di 3-4 anni l'Italia al centro di traffici commerciali lungo la direttrice Est-Ovest (anche in questo caso il concorrente diretto è la Germania, come testimonia la disputa estiva sulla "zona franca" di Trieste opposta a quella di Amburgo); la creazione delle condizioni politiche per ottenere commesse relative a grandi opere infrastrutturali (in questo caso i concorrenti sono un po' tutte le potenze imperialiste) come nel caso della rete telefonica in Serbia, dove l'Italia, insieme alla Grecia, è stata ripagata dei suoi buoni uffici passati. LA "RICOLONIZZAZIONE" DELL'ALBANIA Da ultima la vicenda albanese, che ha visto un coinvolgimento militare italiano a più riprese: dapprima con la missione Pellicano (1991 al 1994), e successivamente con quella Alba (aprile-agosto 1997), mentre oggi è in corso un'ulteriore missione di alcune centinaia di persone per la ristrutturazione delle forze armate albanesi. La dipendenza economica e politica dell'Albania nei confronti dell'Italia è palese. L'Italia ha stentato a trovare una propria linea coerente nel corso dell'insurrezione albanese della primavera 1997, con scontri ai vertici dell'apparato statale sulla linea da perseguire, tra chi era per un opzione "somala" (sostenere Berisha, come il fu Siad Barre, fino all'ultimo) e chi più realisticamente puntava le proprie carte su altri soggetti politici (il Partito Socialista di Fatos Nano). Questi scontri, espressi dal valzer dei diplomatici italiani a Tirana, riverberati dagli scontri tra Farnesina e comandi militari, e forse non estranei al via libera dato alla pubblicizzazione delle atrocità italiane in Somalia, si sono conclusi con l'affermazione dei sostenitori della seconda ipotesi. Così dalle elezioni farsa di fine giugno è uscito vincitore il Partito Socialista e sconfitto quello di Berisha. Anche in questa situazione (ma ben meno drammaticamente che nel 1993 in Somalia) vi sono state serie incomprensioni con gli Stati Uniti, fautori di una linea anti-Berisha quando in Italia pareva prevalere l'opzione opposta. Dalla vicenda albanese l'Italia ha però ottenuto per la prima volta il riconoscimento di stato-guida in una zona del mondo. Si tratta di un'impresa di "ricolonizzazione" smaccata, senza particolare fantasia storica, con la ripetizione delle tappe che furono del regime fascista negli anni Venti e Trenta e che a loro volta erano il naturale sviluppo della precedente politica dell'Italia giolittiana. "Ricolonizzazione" a difesa degli interessi del capitale italiano in Albania, interessato alle braccia a buon mercato dei lavoratori albanesi e al basso costo del trasporto delle merci. Ma si tratta anche e soprattutto dell'affermazione di una presenza politica chiave nei Balcani. In questa zona la novità non sta tanto in un imperialismo italiano presente da circa un secolo quanto nella nuova "politica di media potenza" dell'Italia. Essa è funzionale a due obiettivi, tendenzialmente in contraddizione: strutturare ad Est uno spazio economico "europeo" e ritagliarsi autonomamente un proprio spazio economico centrato (ma non limitato) sull'area meridionale in cui il diretto concorrente è la Germania. Nell'attuale congiuntura il secondo obiettivo è subordinato al primo. In linea generale la politica estera dell'Italia ha come asse, oltre che difendere e sostenere gli attuali interessi capitalisti italiani nelle varie zone geografiche (che in taluni casi possono anche essere minimi), la creazione di condizioni che permettano in futuro un salto qualitativo della presenza del capitale italiano. Come i capitali italiani fecero uno sforzo nella seconda metà degli anni Ottanta per superare il gap con gli altri paesi, così lo Stato italiano dal 1992 ha compiuto un'analogo sforzo per superare il gap sul piano politico-militare con le altre potenze. A fronte di queste dinamiche se si resta imprigionati nella logica degli "interesse nazionali" e della "ingerenza umanitaria" non si potrà trovare, al di là delle rivendicazioni verbali, la via di un "nuovo internazionalismo" che richiede una riflessione sul ruolo imperialista dell'Italia, e la capacità di costruire una "politica estera del movimento operaio" in totale indipendenza dalle strutture statali. (da "Guerre&Pace") |