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Centro sociale occupato e autogestito Gabrio
Via Revello, 3 - TORINO
 
STUDENTI SCREDITATI
Studenti Screditati
 
RIFLESSIONI SUL PROGETTO DI RIFORMA UNIVERSITARIA.
 

Premessa

Il documento prodotto dai 18 saggi della commissione ministeriale può essere legittimamente considerata come erede della famigerata “legge Ruberti” del 1989, contro la quale in tutta Italia si mobilitò la Pantera, l’ultimo momento di protagonismo studentesco negli anni ’90 crediamo che questo documento sia figlio legittimo di quella legge perché ne condivide l’impianto e le finalità. Se quella, introducendo l’autonomia finanziaria degli atenei, mirava al progressivo disimpegno pubblico in tema di spesa per l’Università (la cui logica conseguenza furono gli aumenti a raffica delle tasse d’iscrizione tra il 1992 e il 1994), questo intende introdurre il principio dell’autonomia didattica ovverosia lo sganciamento dei singoli atenei da un piano di studi nazionale. Questo principio di per se non negativo, oggi, ha esclusivamente il significato di consegnare, mani e piedi legati, la formazione universitaria ai bacini di impresa locali, spostando il confronto tra sistema delle imprese e sistema della formazione nel luogo in cui la prima è più forte e la seconda più debole.
Anche nella metodologia questo documento si propone di seguire lo stesso percorso della Ruberti. Una legge allora, un documento oggi, elaborato esclusivamente dai baroni universitari ben seduti sui loro scranni feudali e da funzionari ministeriali esaltati dalla loro missione tecnocratica di “modernizzazione“ dell’Università. Nessun coinvolgimento nell’elaborazione, naturalmente, da chi l’Università la fa vivere realmente: studenti, ricercatori, impiegati amministrativi... ancora una volta gli unici legittimati a parlare dell’Università e a progettarci sopra sono coloro che da sempre la governano.
 

Riflessioni

In primo luogo ad un’attenta analisi, il documento del gruppo di lavoro ministeriale sull’attivazione dell’autonomia universitaria, ci sembra rispondere alla medesima logica che ha presieduta alla riforma dei servizi pubblici e del Walfare State. In uno slogan potremmo definirla una logica di contemporanea centralizzazione e autonomia.
Nella presentazione infatti gli esimi professori che compongono il gruppo di lavoro affermano che “... non è possibile delineare un quadro di riforma dall’alto, ma si devono delineare i criteri minimi generali ai quali devono attenersi gli atenei, liberi per altro di estendere la propria azione al di là di questi confini, e com’è stato detto più volte, di fare tutto ciò che non è espressamente regolato”.
Cosa significa tutto ciò? Che vengono demandati al centro (cioè al Ministero) la definizione del quadro complessivo all’interno del quale gli enti universitari autonomi devono poi muoversi. Apparentemente si tratterebbe di un’intenzione positiva, da momento che da un lato verrebbero mantenute garanzie comuni estese all’intero territorio nazionale, dall’altro verrebbero permesse alle singole Università sperimentazioni locali e movimenti autonomi. Dietro a questa cortina fumogena si nascondono, in realtà, ben altre intenzioni: con questo doppio movimento lo Stato continua nell’operazione di sgravio dal bilancio delle spese universitarie. Vengono stabiliti dei requisiti minimi, sostenuti dal bilancio ministeriale, relegando i restanti costi all’autonoma iniziativa delle singole Università. Si tratta quindi di una forma surrettizia di introduzione del vincolo di bilancio: a livello centrale viene determinato il costo complessivo che il bilancio pubblico intende sobbarcarsi. Costo complessivo che verrebbe a coincidere con il finanziamento per l’appunto dei requisiti minimi (che attendiamo con ansia ci vengano indicati).
In questo modo è il Ministero stesso a determinare il livello di spesa pubblica per l’Università; quindi, con buona pace di Tranfaglia e soci, quest’ultima verrebbe decisa non dall’alto, ma dall’Altissimo: dove con questa espressione  non intendiamo riferirci a nient’altro che all’unico Dio che determina le nostre esistenze: quello della riduzione della spesa pubblica per “esigenze di bilancio”. Viene quindi ribaltato il criterio che, almeno teoricamente, presiedeva alla determinazione della spesa pubblica (in questo caso per l’istruzione universitaria): invece di determinare la spesa a partire dalle esigenze di sapere e formazione della società, sono queste ultime a venir determinate dalle esigenze del bilancio pubblico, determinate a priori in forma politica, ancorché spacciata per “esigenza tecnica”. Nel contempo le singole Università sono lasciate “libere” di cercarsi altrove i fondi con i quali finanziare tutto ciò che esubera dai requisiti minimi (cioè, immaginiamo, l’80-85% del finanziamento universitario).

Ci troviamo quindi di fronte alla trasformazione di Rettori e Presidi da figure di gestori di un’attività didattica e organizzatori dell’attività di formazione e ricerca in manager- accattoni, valorizzati in quanto capaci di reperire i fondi che permettano ai loro atenei e alle loro facoltà di non cadere a pezzi. Dove verranno trovati questi fondi è facile capirlo: nonostante un’Università così concepita sia quanto si possa pensare di più vicino agli interessi imprenditoriali (sul punto torneremo più avanti), è del tutto chiaro come al “benefico e salvifico” privato non passi neanche per la testa  di finanziare l’Università, se non con ridicole donazioni che le grandi imprese (FIAT in testa) concedono ogni tanto come regalie a scopo pubblicitario tramite le loro fondazioni. D’altronde anche nel tempo antico imperatori, papi e feudatari vari concedevano una tantum piccole somme di denaro allo scopo di edificare pubblici edifici da dedicare alla propria memoria. Il sistema delle imprese non ha infatti alcuna intenzione di finanziare i costi di formazione della propria futura forza-lavoro.
Per più di cento anni li ha considerati come costi che l’intera collettività doveva sobbarcarsi tramite la fiscalità generale, secondo l’equazione per la quale il denaro speso per lo sviluppo e la competitività imprenditoriale era denaro speso per il bene della società, e quindi avrebbe dovuto essere la stessa società a sopportarne i costi. Con questa riforma  siamo ad un’ulteriore mistificazione: il denaro speso per la formazione della forza lavoro è denaro che serve alla valorizzazione della stessa forza lavoro in formazione, quindi deve essere quest’ultima a sobbarcarsene il costo. D’altronde viviamo in un tempo che ha fatto dell’autoimprenditorialità e della valorizzazione individuale il proprio fulcro ideologico e quindi non è strano che in questo contesto i costi sostenuti per riuscire ad entrare nel mercato del lavoro siano visti come un investimento individuale.
In altre parole, utilizzando un paragone merceologico, sarebbe come se le imprese alimentari chiedessero ai pomodori di sobbarcarsi il costo per diventare pelati, ossia utilizzabili per il profitto delle imprese stesse.
Con questa operazione le imprese ottengono due obiettivi: da un lato limitano la spesa pubblica per l’istruzione liberando ulteriori risorse da destinare a loro sostegno nelle più varie forme (e abbassando la quota di tassazione nei loro confronti), dall’altro fanno ricadere le loro esigenze di personale specializzato direttamente su chi spera di diventarlo. Per di più compiono questa operazione con un plauso generalizzato ai “ritrovati valori di competitività e imprenditorialità individuali”.
Saremo quindi noi studenti a dover pagare i costi della festosa autonomia universitaria tramite l’aumento dei contributi, piuttosto che con le mille tasse e balzelli che la fantasia dei nostri manager-accattoni saprà inventarsi. Pomodori, pagheremo il processo produttivo per essere inscatolati, magari con una lussuosa etichetta.

In secondo luogo, conseguentemente a questo processo, le Università verranno messe sul mercato, ossia verrà attuata quella che i professorini nel loro documento chiamano “diversificazione competitiva” tra i vari atenei. In parole povere ogni Università, ogni Facoltà, ogni corso di Laurea dovrà inventarsi le forme migliori per catturare il maggior numero di studenti-clienti che con i loro soldini le permettono di svilupparsi nel modo migliore. Ovviamente, oltre ad una serie di “insegne luminose che attirano gli allocchi” come i corsi del DAMS a Torino, il livello decisivo per questa competizione non potrà che giocarsi su due livelli: le possibilità di successo dei futuri laureati sul mercato del lavoro, e quindi il grado di integrazione delle Università con il bacino delle imprese locali, da un lato e i servizi offerti dall’altro. E’ del tutto evidente che in questi ultimi saranno tanto maggiori quanto più alte e più estese saranno le contribuzioni studentesche. Si introduce quindi con questo criterio un’ulteriore diversificazione tra Università a seconda della loro collocazione geografica: le contribuzioni saranno ovviamente diverse tra zone dove il reddito medio permette una determinata spesa alla popolazione universitaria e in quella dove non la permette. A meno che qualcuno creda che il bacino di utenza di Cosenza (46,3% di disoccupazione giovanile) sia lo stesso di quello di Padova.
Complementare alla messa sul mercato delle Università è la trasformazione dello studente da utente a cliente che ottiene, pagando, il diritto di accedere ad un determinato servizio. I clienti, a seconda delle proprie esigenze, potranno scegliere di essere studenti a tempo pieno o a tempo parziale grazie alla “lifelong learning”, perversa formula di studio dilazionato attraverso la quale si stravolge il principio della formazione permanente, filo rosso che collega le lotte studentesche degli anni settanta a quelle odierne. Nasce così il sospetto che le esigenze a cui sembra si voglia venir incontro non siano tanto quelle di un libero accesso al sapere quanto quelle di un libero accesso (a pagamento) alle aziende nella forma di corsi di aggiornamento o di formazione dei propri dipendenti. In altre parole l’Università si prende carico di un ulteriore bisogno delle imprese, quello di aggiornare e formare periodicamente i propri lavoratori, scaricandolo sulle spalle dei lavoratori stessi che non solo non avranno più diritto alla formazione pagata, ma dovranno addirittura pagarsela da soli, in quanto travestita da corso universitario.

Qui siamo a quello che la “banda del Buco” del gruppo di lavoro ministeriale chiama la contrattualità del rapporto studente-ateneo. In parole povere verrebbe cancellata l’universalità dell’Università come servizio uguale per tutti e sottoposto alla razionalità burocratica del servizio pubblico, per sostituirla con la logica privatistica del “cliente” che acquista un determinato percorso formativo, pagandolo, e obbligandosi nei confronti dell’Università a seguirlo secondo uno schema prefissato. Cosa succederà a chi non saprà o non potrà rispettare i termini del suo contratto ?
Una cura particolare viene riservata dagli estensori del documento alla figura, definita “anomala”, del fuori corso. Ovverosia, per lo più, dello studente lavoratore.
Nei progetti di questi signori, lo studente-lavoratore dovrebbe venir eliminato dal corso di studi più “serio”, quello che permetterà di accedere ai lavori più pagati e garantiti, dirigendoli verso corsi di studio e diplomi di laurea “inferiori”, con sbocchi meno garantiti.
Insomma un ulteriore passo nel senso della gerarchizzazione dell’Università e dei suoi corsi di studi, e di una selezione che predetermini il posto nella società che ognuno occuperà.
L’esser considerati clienti diminuisce le possibilità, già oggi oltremodo scarse, di poter intervenire sulle politiche universitarie e di poter controllare il funzionamento dell’Università stessa: la figura dello studente-cliente incarna pienamente l’idea di “kalos kai agazos” cioè di un corpo studentesco d’élite docile ed arrendevole e soprattutto fiero di esser riuscito là dove un alto numero di “studenti-Tersite” ha fallito.

E’ del tutto ovvio che ci troviamo di fronte ad una mistificazione, chi acquista una casa è qualcuno che soddisfa un bisogno elementare purtroppo pagando; chi acquista un percorso formativo è qualcuno che si trova a dover pagare per ottenere il discutibile privilegio di essere in futuro messo in produzione da qualche impresa. Privilegio, per di più, nemmeno garantito. Lo studente si troverà così nella spiacevole posizione di chi, per soddisfare i bisogni della propria azienda, si trova a pagare un corso di inglese o tedesco, senza nemmeno la certezza di poter conservare il posto, fluent english, o meno.

In terzo luogo questo testo introduce sotto le voci “pluralità delle offerte”, “flessibilità curriculare”, “mobilità delle risorse umane” e “sistema dei crediti educativi”, un criterio di completa adesione delle Università a bisogni imprenditoriali del proprio bacino geografico di appartenenza.
Dietro ai paroloni colti il simpatico gruppetto di fregadolci, introduce infatti i criteri base per diversificare l’offerta di corsi universitari a seconda delle esigenze imprenditoriali, puntando alla creazione di camaleontiche figure che possano adattarsi alle necessità delle imprese.
Questo processo avviene in due sensi: da un lato gerarchizzando l’istruzione universitaria preparando così sia figure operaie specializzate, sia tecnici, abbattendo così i costi di formazione interna delle imprese; dall’altra diversificando i corsi di laurea in forme sempre più specialistiche a seconda delle esigenze contingenti dei bacini di impresa. Un ottimo esempio di quest’ultima tendenza è il già attivato (dal 1994)  corso di laurea per il design del legno che l’Università di Como ha aperto a Vimercate, in uno dei distretti padani del legno. E se per caso la produzione per la quale il corso specifico è stato pensato non tirasse più? Niente paura i nostri eroi hanno pensato alla “possibilità di avviare - e chiudere - corsi di studio di vario tipo” con l’ovvia conseguenza dell’”eliminazione della rigida corrispondenza tra docente e cattedra/materia”, ossia, per meglio dire, con la creazione di una fascia di docenti con contratto a termine, ovviamente precarizzati, ricattabili e, in ultima analisi, asserviti alla casta baronale dei docenti che, per diritto divino, manterrebbero l’esacrata corrispondenza tra cattedra e professori giustificata dalla non chiudibilità dei corsi universitari “classici”.

La flessibilità curriculare non apre le porte ad una più ampia scelta di corsi (e quale? Visto che, in rispetto dei criteri introdotti dalla l.127/97, solo il 10% del proprio piano di studi può esser scelto liberamente dallo studente?), quanto piuttosto permetterà ai vari consigli di facoltà di introdurre nuove e temporanee discipline che suscitino l’interesse del mondo imprenditoriale del proprio bacino d’utenza, precarizzando così, tra l’altro, una fascia di docenti.
Il sistema dei crediti, determinati per ogni insegnamento in base alla struttura didattica, trasforma gli studenti in novelli “cercatori d’oro” che riscuoteranno il loro premio con il superamento della prova d’esame e, dopo varie peripezie, la caccia al tesoro giungerà all’agognato epilogo: lo studente-eroe raggiunto un certo numero di crediti potrà finalmente essere ammesso all’esame finale del suo corso di laurea.
L’introduzione di un primo anno orientativo e l’aumento dei diplomi universitari (trasformati in piccoli traguardi intermedi), diretta conseguenza del sistema “creditizio”, favorirà una selezione tipo corsa ad ostacoli, creando una serie di titoli di studio dal valore alquanto dubbio: la specificità, unica garanzia del diploma universitario, poco si concilia con l’infernale idea della mobilità lavorativa, vero dogma dell’economia post-fordista, in cui il “factotumismo” è elemento essenziale e necessario. Da questo punto di vista la controriforma-Tranfaglia e soci segna un radicale mutamento dello status studentesco: l’ormai famoso pomodoro non solo paga il suo inscatolamento, ma secondo i dettami della produzione post-fordista sceglie, in modo del tutto individuale e solitario, la confezione.

Dietro questa trasformazione è leggibile un ansia di adeguare l’Università italiana alla realtà di imprese lanciate nella competizione globale. Usando (ed “abusando”) di uno slogan divenuto ormai luogo comune, potremmo definirla come la prima riforma post-fordista dell’istruzione universitaria. Se la sedicente Università di massa così come l’abbiamo conosciuta doveva soprattutto servire a produrre quadri intermedi di diverso tipo (tecnico-scientifici, impiegatizzi, medico-ospedalieri....) allo scopo di immettere sempre olio nuovo per lubrificare il motore di imprese di grandi dimensioni che, mantenendo tutte le funzioni produttive, distributive, e organizzative all’interno dell’impresa, avevano fame di figure di coordinamento e di gestione, ora l’impresa leggera del post-fordismo ha necessità sia di poche figure estremamente specializzate, da impiegare nei settori strategici della produzione, sia del costituirsi di un bacino di lavoratori autonomi e precari utilizzabili temporaneamente, dequalificati per ruolo e reddito, ma dotati di saperi e capacità e disponibili alla massima flessibilità di impiego.
Non diversamente il settore pubblico nutrito per anni da impiegati, professori, etc provenienti dall’Università, ha subito un deciso dimagrimento tramite la pratica dell’appalto esterno di funzioni specifiche e la riduzione generalizzata del personale. Oggi quindi il settore pubblico ha necessità di meno personale, che seleziona sempre meno tramite concorsi, e sempre più tramite scuole di specializzazione post-universitarie, parauniversitarie etc. Esemplare da questo punto di vista la vicenda delle scuole di specializzazione per l’insegnamento: pochissimi posti, frequenza obbligatoria, pagamento dei corsi a carico degli studenti.

Di certo un forte decentramento porta a uno sgretolamento, di quella che può essere, in
sede contrattuale ,il potere del corpo studentesco nel trattare temi universali. Lo studente, infatti, si troverà ad affrontare problemi specifici del proprio ateneo, quali ad esempio l’ordinamento didattico o, nel caso dell’Università di Palermo la contestazione delle scuole di specializzazione affrontata in maniera formale anziché sostanziale .Questa situazione ci sembra pericolosa dal momento in cui si giunge, dopo settant’anni, a una riforma radicale del sistema scolastico e universitario italiano. Rivendichiamo, al di là delle imposizioni dall’alto (lo statuto del bravo studente e i tavoli contrattuali proposti dal ministro Berlinguer) e delle flatulenze di partito nel mondo studentesco (C.L., F.U.A.N., U.D.U...),il potere di ogni singolo studente di decidere quale sia la propria Università.
Inoltre non possiamo accettare la totale cancellazione di vent’anni di lotte per una Università accessibile a tutti, condotte anche da chi ora, comodo sul proprio trono baronale, cerca di trasformare noi in tanti bravi Garrone e l’Università in un feudo dal quale controllare dall’alto i propri vassalli.

In estrema sintesi questa riforma partorita dai “magnifici 18” coordinati dal prode Martinotti, è la prima riforma universitaria completamente “ made in CONFINDUSTRIA”. Tanto per adeguare il noto adagio, ci vogliono professori universitari di sinistra (o di centro-sinistra) per fare una riforma universitaria di destra. Non a caso il prof. Tranfaglia, noto esponente della sinistra universitaria torinese, figura in primo piano in questa schiera di cancellatori del diritto allo studio universitario.
D’altronde vista l’appartenenza di questo eroe del nostro tempo a quella sinistra cinica e nihilista, senza alcun orizzonte che non sia l’interesse confindustriale e la gestione spregiudicata della macchina pubblica, che spadroneggia oggi nel nostro paese, non vediamo come sarebbe potuta andare diversamente.
A futura memoria, professore.
 

In conclusione

L’insieme di questo progetto possiede tutti i crismi della negatività assoluta. Non è possibile pensare di separare il grano dal miglio nelle parole dei 18 bonzi.
Lanciarsi in sterili battaglie per emendare questo testo, migliorarlo e mutarlo, è quanto di più inutile si possa immaginare. Questo progetto e soprattutto la logica che vi presiede va rifiutata in blocco.
Un protagonismo studentesco, una decisa capacità di trasformare l’Università da parte di chi la vive tutti i giorni, può essere pensata solo a partire dal rigetto di quest’ultimo.
Dobbiamo rilanciare la battaglia per un’Università libera, aperta, gratuita e gestita direttamente da chi (studenti, corpo docenti, impiegati amministrativi) realmente la struttura.
Siamo pomodori, non finiremo in scatola.
 

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