Il governo israeliano ha emendato un disegno di legge che avrebbe potuto
legalizzare la tortura, e in febbraio ha rinviato, perché fosse
riesaminato, un progetto di legge che dava l’impunità al Servizio
di Sicurezza Generale (GSS).
In marzo, sull’onda degli attacchi suicidi palestinesi di febbraio e marzo,
si è svolta a Sharm al-Shaikh una conferenza internazionale sull’opposizione
al ‘terrorismo’ (vedi sotto).
In aprile il governo israeliano guidato dal primo ministro Shimon Peres
ha lanciato attacchi aerei sul Libano nell’ambito della Operazione Grapes
of Wrath, nel corso della quale le forze israeliane hanno ucciso illegalmente
civili libanesi (vedi Libano).
In maggio è stato eletto primo ministro Binyamin Netanyahu, leader
del partito del Likud. In giugno nella Knesset (il parlamento)
di nuova elezione è stato formato un governo fondato sull’alleanza
tra il Likud e i partiti religiosi.
L’adempimento dello stadio successivo dell’accordo di pace (il II accordo
di Oslo del 1995) tra l’autorità palestinese e Israele – che comportava
il ritiro parziale di Israele da Hebron – è stato rimandato dopo
gli attacchi dinamitardi suicidi e la formazione del nuovo governo.
Le autorità israeliane hanno continuato a fare un uso estensivo
della chiusura delle frontiere, confinando i palestinesi nella striscia
di Gaza e nelle aree A e B della Cisgiordania (aree sulle quali l’autorità
palestinese ha raggiunto, con il II accordo di Oslo, una giurisdizione
congiunta o esclusiva). I palestinesi residenti nell’area B della Cisgiordania
sono soggetti all’arresto e alla detenzione da parte dei servizi di sicurezza
sia israeliani sia palestinesi. Con il nuovo governo sono stati estesi
gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania. Sono continuati gli attacchi
a palestinesi da parte di coloni armati israeliani e gli attacchi a coloni
da parte di palestinesi armati.
Nel corso dell’anno almeno 1.600 palestinesi sono stati arrestati per
motivi di sicurezza, comprese oltre 1.000 persone arrestate in seguito
agli attentati dinamitardi suicidi di febbraio e marzo.
Provvedimenti rinnovabili predisponenti fino ad un anno di detenzione amministrativa
hanno interessato più di 600 palestinesi, fra cui anche prigionieri
per motivi di opinione e possibili prigionieri per motivi di opinione.
I prigionieri in detenzione amministrativa sono rimasti in carcere senza
accusa né processo. Gli appelli, spesso boicottati dai detenuti,
hanno avuto luogo alcune settimane dopo gli arresti e hanno visto l’occultamento
delle prove contro gli accusati. Tra i prigionieri per motivi di opinione
compare Wissam Rafidi, un giornalista arrestato nell’agosto del 1994. Era
ancora in carcere anche Ahmed Qatamesh, presunto dirigente del Fronte
Popolare per la Liberazione della Palestina; alla fine dell’anno stava
scontando il suo settimo ordine di detenzione amministrativa, essendo rimasto
in carcere senza interruzione dal 1992 (vedi precedenti edizioni del Rapporto).
Anche cinque ebrei degli insediamenti israeliani dei Territori Occupati
sono rimasti in detenzione amministrativa per periodi fino a due mesi.
Fra essi figura Aryeh Friedman, accusato di rappresentare un pericolo per
la sicurezza dello stato, arrestato in gennaio e rilasciato in marzo.
Fanno parte dei prigionieri per motivi di opinione almeno tre obiettori di coscienza al servizio militare. Ad esempio Eran Avizkar, un pacifista, è stato arrestato in ottobre e condannato a 45 giorni di prigione.
Tra gli altri prigionieri politici detenuti durante l’anno vi erano
più di 65 persone di nazionalità libanese detenute in Israele.
Almeno 12 cittadini libanesi fatti prigionieri durante l’anno nel sud del
Libano sono stati trasferiti in Israele. Tra essi ci sono tre libanesi
ed una persona di doppia nazionalità, israeliana e libanese, catturati
in febbraio nel sud del Libano e detenuti segretamente in Israele fino
al momento del loro processo, celebratosi in ottobre ad Haifa, processo
che ha visto tra i reati contestati la cospirazione con il nemico. Continuano
a restare in prigione venti cittadini libanesi, prelevati in Libano e detenuti
in Israele anche per nove anni senza processo o oltre il termine della
pena. Shaykh ‘Abd al-Karim ‘Ubayd e Mustafa al-Dirani, prelevati in Libano
rispettivamente nel 1989 e nel 1994, erano ancora detenuti in incommunicado,
in una località sconosciuta, senza poter comunicare con il Comitato
Internazionale della Croce Rossa.
In febbraio, l’allora ministro della difesa israeliano aveva confermato
ad Amnesty International che i due erano detenuti in attesa di informazioni
su Ron Arad, un pilota israeliano disperso in Libano nel 1986 (vedi Rapporto
1994-1996, e Libano in questo Rapporto).
Almeno 130 prigionieri sono rimasti, senza accusa né processo, nel
centro di detenzione di Khiam, in una zona del sud del Libano controllata
da Israele e dall’Esercito del Libano del Sud (vedi Libano).
Almeno 1.000 palestinesi sono stati processati da tribunali militari per reati quali il lancio di pietre o l’appartenenza ad organizzazioni illegali, e sono stati portati in Israele o nell’area C della Cisgiordania, zone su cui Israele mantiene una giurisdizione esclusiva in base al II accordo di Oslo. Questi processi, che ammettevano come prove principali ai fini della condanna confessioni pare estorte con la tortura o maltrattamenti, non hanno rispettato gli standard internazionali per un processo equo.
In gennaio 1.155 prigionieri palestinesi sono stati rilasciati da Israele nel contesto degli accordi di pace tra Israele e l’autorità palestinese. Tuttavia alla fine dell’anno rimanevano in carcere per reati concernenti la sicurezza, più di 3.500 palestinesi, comprese circa 260 persone in detenzione amministrativa e 2.000 persone condannate negli anni precedenti.
La tortura e i maltrattamenti di palestinesi sono continuati sistematici,
autorizzati ufficialmente da istruzioni segrete che permettono al Servizio
di Sicurezza Generale (GSS) di esercitare ‘moderate’ pressioni fisiche
e psicologiche.
Il comitato ministeriale incaricato di sorvegliare l’operato del GSS, ha
continuato a concedere permessi di tre mesi per esercitare una "maggiore
pressione fisica", espressione il cui significato rimane segreto.
Anche lo scuotimento violento (tiltul) è stato permesso con
l’autorizzazione del capo del GSS (vedi Rapporto 1995-1996).
Varie decisioni dell’Alta Corte hanno concesso l’uso della forza fisica
nei confronti di detenuti sospettati di avere informazioni su attentati
armati.
’Abd al-Halim Belbaysi ha dichiarato di essere stato scosso violentemente,
privato del sonno per tre giorni mentre era ammanettato e incappucciato
con sacchi sporchi e costretto a saltare su e giù partendo da una
posizione accovacciata. In gennaio, dopo la sua confessione di aver aiutato
gli attentatori suicidi che nel 1995 avevano causato la morte di 21 israeliani,
l’Alta Corte di Giustizia rovesciava un’ingiunzione del dicembre del 1995
che proibiva l‘uso della forza fisica. In novembre sono state capovolte
ingiunzioni simili in altri due casi, uno è quello di Muhammad ‘Abd
al-’Aziz Hamdan, che ha dichiarato di essere stato incappucciato con un
sacco sporco, privato a lungo del sonno, e scosso violentemente per tre
volte.
In giugno, il ministro della giustizia ha annunciato che una persona che
aveva interrogato e scosso ’Abd al-Samad Harizat, deceduto nell’aprile
del 1995 in seguito a scuotimenti violenti (vedi Rapporto 1996),
era stato prosciolto dalla maggior parte delle accuse ed era quindi ritornato
al suo posto di lavoro. Apparentemente era stato accusato di "non
aver compiuto il suo dovere", ma non è dato sapere cosa questo
implicasse.
Mordechai Vanunu è rimasto in isolamento per il decimo anno consecutivo
(vedi precedenti edizioni del Rapporto). Avraham Klingberg, un medico
di 78 anni detenuto dal 1983 con l’accusa di spionaggio a favore dell’ex
Unione Sovietica, ha visto rifiutarsi la richiesta, avanzata per motivi
di salute, di una riduzione della pena ammontante a 20 anni di carcere
(vedi Rapporto 1994-1996).
Almeno 80 palestinesi, inclusi 60 civili, sono stati uccisi con colpi
di armi da fuoco dalle forze israeliane. Ad alcuni è stato sparato
nel corso di scontri armati; altri sono stati uccisi in circostanze che
fanno pensare ad esecuzioni extragiudiziali o ad altri usi illegali della
forza. In gennaio Yahya ‘Ayyash, un ingegnere sospettato di aver costruito
ordigni suicidi, è stato ucciso da un ordigno esplosivo camuffato
da telefono. L’omicidio è stato attribuito al GSS; il governo israeliano
non se n’è assunto la responsabilità né ha negato
il proprio coinvolgimento. In settembre, 65 palestinesi – inclusi 37 membri
delle forze di sicurezza palestinesi – 16 israeliani – tutti membri delle
forze di sicurezza – e un cittadino egiziano sono stati uccisi allorquando
le forze di sicurezza, sia palestinesi che israeliane, hanno aperto il
fuoco sui dimostranti e alcuni membri delle forze di sicurezza palestinesi
hanno risposto al fuoco. Le forze israeliane hanno utilizzato elicotteri
armati che, in alcune occasioni, sembra abbiano sparato sulla folla. Tra
i palestinesi uccisi illegalmente, figurano ‘Ayman al-Dakaydak, Ibrahim
Ghanem e Jawad Bazalamit, colpiti davanti alla moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme,
da proiettili di gomma o munizioni da guerra in circostanze in cui la vita
degli agenti delle forze di sicurezza non era in pericolo.
Le forze di sicurezza hanno continuato a godere di un’impunità di
fatto per le passate violazioni dei diritti umani. In novembre quattro
membri di un’unità segreta della Forza di Difesa Israeliana sono
stati multati ciascuno di un’agora (circa mezzo centesimo di dollaro),
per aver "negligentemente causato la morte", nel 1993, di Iyad
Amali, a bordo di un’auto fermata a un posto di blocco.
In marzo l’esercito israeliano ha proceduto alla distruzione, come misura punitiva, di almeno sette abitazioni di palestinesi accusati di coinvolgimento in attacchi dinamitardi suicidi. Tra le case distrutte, quella della moglie di Yahya ‘Ayyash, ucciso in gennaio, nel villaggio di Rafat. In altre case le porte sono state sbarrate.
Gruppi palestinesi contrari al processo di pace hanno commesso omicidi deliberati e arbitrari. Gli attacchi armati ad opera di questi gruppi hanno portato alla morte di almeno 70 israeliani, tra cui almeno 56 civili. In febbraio e marzo sono state uccise 59 persone a Gerusalemme, Tel Aviv e nei dintorni di Ashkelon, per mano di quattro attentatori suicidi appartenenti ad Hamas e alla Jihad islamica.
In febbraio una delegazione di Amnesty International ha incontrato i
membri del governo israeliano, compresi il ministro della giustizia e il
ministro della difesa. Nel corso dell’anno Amnesty International ha condannato
le violazioni dei diritti umani, inclusi la tortura e gli omicidi illegali,
e ha chiesto il rilascio o un processo equo per i prigionieri in detenzione
amministrativa. In luglio Amnesty International ha pubblicato il rapporto
http://www.amnesty.it/ailib/aipub/1996/MDE/51504296.htm ( vedi Libano);
in agosto ha pubblicato "Under
constant medical supervision": Torture, ill-treatment and the health
professions in Israel and the Occupied Territories, in cui esprimeva
preoccupazione per il ruolo assunto dal personale medico nei centri in
cui si pratica la tortura.
In marzo, in un intervento alla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti
Umani, Amnesty International ha sostenuto che una pace e una sicurezza
durature si possono ottenere solo sulla base del rispetto dei diritti umani.
In novembre, il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ha invitato
Israele a presentare un rapporto speciale sulle implicazioni della decisione
presa sempre in novembre dall’Alta Corte di Giustizia di permettere l’uso
della forza fisica.
Amnesty International ha condannato l’uccisione deliberata e arbitraria
di civili da parte di gruppi di opposizione e ha chiesto a questi gruppi
di rispettare i principi fondamentali del diritto umanitario.