RAPPORTO '97 DI AMNESTY INTERNATIONAL
SU ISRAELE E I TERRITORI OCCUPATI

Il governo israeliano ha emendato un disegno di legge che avrebbe potuto legalizzare la tortura, e in febbraio ha rinviato, perché fosse riesaminato, un progetto di legge che dava l’impunità al Servizio di Sicurezza Generale (GSS).
In marzo, sull’onda degli attacchi suicidi palestinesi di febbraio e marzo, si è svolta a Sharm al-Shaikh una conferenza internazionale sull’opposizione al ‘terrorismo’ (vedi sotto).
In aprile il governo israeliano guidato dal primo ministro Shimon Peres ha lanciato attacchi aerei sul Libano nell’ambito della Operazione Grapes of Wrath, nel corso della quale le forze israeliane hanno ucciso illegalmente civili libanesi (vedi Libano).
In maggio è stato eletto primo ministro Binyamin Netanyahu, leader del partito del Likud. In giugno nella Knesset (il parlamento) di nuova elezione è stato formato un governo fondato sull’alleanza tra il Likud e i partiti religiosi.
L’adempimento dello stadio successivo dell’accordo di pace (il II accordo di Oslo del 1995) tra l’autorità palestinese e Israele – che comportava il ritiro parziale di Israele da Hebron – è stato rimandato dopo gli attacchi dinamitardi suicidi e la formazione del nuovo governo.
Le autorità israeliane hanno continuato a fare un uso estensivo della chiusura delle frontiere, confinando i palestinesi nella striscia di Gaza e nelle aree A e B della Cisgiordania (aree sulle quali l’autorità palestinese ha raggiunto, con il II accordo di Oslo, una giurisdizione congiunta o esclusiva). I palestinesi residenti nell’area B della Cisgiordania sono soggetti all’arresto e alla detenzione da parte dei servizi di sicurezza sia israeliani sia palestinesi. Con il nuovo governo sono stati estesi gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania. Sono continuati gli attacchi a palestinesi da parte di coloni armati israeliani e gli attacchi a coloni da parte di palestinesi armati.

Nel corso dell’anno almeno 1.600 palestinesi sono stati arrestati per motivi di sicurezza, comprese oltre 1.000 persone arrestate in seguito agli attentati dinamitardi suicidi di febbraio e marzo.
Provvedimenti rinnovabili predisponenti fino ad un anno di detenzione amministrativa hanno interessato più di 600 palestinesi, fra cui anche prigionieri per motivi di opinione e possibili prigionieri per motivi di opinione. I prigionieri in detenzione amministrativa sono rimasti in carcere senza accusa né processo. Gli appelli, spesso boicottati dai detenuti, hanno avuto luogo alcune settimane dopo gli arresti e hanno visto l’occultamento delle prove contro gli accusati. Tra i prigionieri per motivi di opinione compare Wissam Rafidi, un giornalista arrestato nell’agosto del 1994. Era ancora in carcere anche Ahmed Qatamesh, presunto dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; alla fine dell’anno stava scontando il suo settimo ordine di detenzione amministrativa, essendo rimasto in carcere senza interruzione dal 1992 (vedi precedenti edizioni del Rapporto). Anche cinque ebrei degli insediamenti israeliani dei Territori Occupati sono rimasti in detenzione amministrativa per periodi fino a due mesi. Fra essi figura Aryeh Friedman, accusato di rappresentare un pericolo per la sicurezza dello stato, arrestato in gennaio e rilasciato in marzo.

Fanno parte dei prigionieri per motivi di opinione almeno tre obiettori di coscienza al servizio militare. Ad esempio Eran Avizkar, un pacifista, è stato arrestato in ottobre e condannato a 45 giorni di prigione.

Tra gli altri prigionieri politici detenuti durante l’anno vi erano più di 65 persone di nazionalità libanese detenute in Israele. Almeno 12 cittadini libanesi fatti prigionieri durante l’anno nel sud del Libano sono stati trasferiti in Israele. Tra essi ci sono tre libanesi ed una persona di doppia nazionalità, israeliana e libanese, catturati in febbraio nel sud del Libano e detenuti segretamente in Israele fino al momento del loro processo, celebratosi in ottobre ad Haifa, processo che ha visto tra i reati contestati la cospirazione con il nemico. Continuano a restare in prigione venti cittadini libanesi, prelevati in Libano e detenuti in Israele anche per nove anni senza processo o oltre il termine della pena. Shaykh ‘Abd al-Karim ‘Ubayd e Mustafa al-Dirani, prelevati in Libano rispettivamente nel 1989 e nel 1994, erano ancora detenuti in incommunicado, in una località sconosciuta, senza poter comunicare con il Comitato Internazionale della Croce Rossa.
In febbraio, l’allora ministro della difesa israeliano aveva confermato ad Amnesty International che i due erano detenuti in attesa di informazioni su Ron Arad, un pilota israeliano disperso in Libano nel 1986 (vedi Rapporto 1994-1996, e Libano in questo Rapporto).
Almeno 130 prigionieri sono rimasti, senza accusa né processo, nel centro di detenzione di Khiam, in una zona del sud del Libano controllata da Israele e dall’Esercito del Libano del Sud (vedi Libano).

Almeno 1.000 palestinesi sono stati processati da tribunali militari per reati quali il lancio di pietre o l’appartenenza ad organizzazioni illegali, e sono stati portati in Israele o nell’area C della Cisgiordania, zone su cui Israele mantiene una giurisdizione esclusiva in base al II accordo di Oslo. Questi processi, che ammettevano come prove principali ai fini della condanna confessioni pare estorte con la tortura o maltrattamenti, non hanno rispettato gli standard internazionali per un processo equo.

In gennaio 1.155 prigionieri palestinesi sono stati rilasciati da Israele nel contesto degli accordi di pace tra Israele e l’autorità palestinese. Tuttavia alla fine dell’anno rimanevano in carcere per reati concernenti la sicurezza, più di 3.500 palestinesi, comprese circa 260 persone in detenzione amministrativa e 2.000 persone condannate negli anni precedenti.

La tortura e i maltrattamenti di palestinesi sono continuati sistematici, autorizzati ufficialmente da istruzioni segrete che permettono al Servizio di Sicurezza Generale (GSS) di esercitare ‘moderate’ pressioni fisiche e psicologiche.
Il comitato ministeriale incaricato di sorvegliare l’operato del GSS, ha continuato a concedere permessi di tre mesi per esercitare una "maggiore pressione fisica", espressione il cui significato rimane segreto. Anche lo scuotimento violento (tiltul) è stato permesso con l’autorizzazione del capo del GSS (vedi Rapporto 1995-1996).
Varie decisioni dell’Alta Corte hanno concesso l’uso della forza fisica nei confronti di detenuti sospettati di avere informazioni su attentati armati.
’Abd al-Halim Belbaysi ha dichiarato di essere stato scosso violentemente, privato del sonno per tre giorni mentre era ammanettato e incappucciato con sacchi sporchi e costretto a saltare su e giù partendo da una posizione accovacciata. In gennaio, dopo la sua confessione di aver aiutato gli attentatori suicidi che nel 1995 avevano causato la morte di 21 israeliani, l’Alta Corte di Giustizia rovesciava un’ingiunzione del dicembre del 1995 che proibiva l‘uso della forza fisica. In novembre sono state capovolte ingiunzioni simili in altri due casi, uno è quello di Muhammad ‘Abd al-’Aziz Hamdan, che ha dichiarato di essere stato incappucciato con un sacco sporco, privato a lungo del sonno, e scosso violentemente per tre volte.
In giugno, il ministro della giustizia ha annunciato che una persona che aveva interrogato e scosso ’Abd al-Samad Harizat, deceduto nell’aprile del 1995 in seguito a scuotimenti violenti (vedi Rapporto 1996), era stato prosciolto dalla maggior parte delle accuse ed era quindi ritornato al suo posto di lavoro. Apparentemente era stato accusato di "non aver compiuto il suo dovere", ma non è dato sapere cosa questo implicasse.
Mordechai Vanunu è rimasto in isolamento per il decimo anno consecutivo (vedi precedenti edizioni del Rapporto). Avraham Klingberg, un medico di 78 anni detenuto dal 1983 con l’accusa di spionaggio a favore dell’ex Unione Sovietica, ha visto rifiutarsi la richiesta, avanzata per motivi di salute, di una riduzione della pena ammontante a 20 anni di carcere (vedi Rapporto 1994-1996).

Almeno 80 palestinesi, inclusi 60 civili, sono stati uccisi con colpi di armi da fuoco dalle forze israeliane. Ad alcuni è stato sparato nel corso di scontri armati; altri sono stati uccisi in circostanze che fanno pensare ad esecuzioni extragiudiziali o ad altri usi illegali della forza. In gennaio Yahya ‘Ayyash, un ingegnere sospettato di aver costruito ordigni suicidi, è stato ucciso da un ordigno esplosivo camuffato da telefono. L’omicidio è stato attribuito al GSS; il governo israeliano non se n’è assunto la responsabilità né ha negato il proprio coinvolgimento. In settembre, 65 palestinesi – inclusi 37 membri delle forze di sicurezza palestinesi – 16 israeliani – tutti membri delle forze di sicurezza – e un cittadino egiziano sono stati uccisi allorquando le forze di sicurezza, sia palestinesi che israeliane, hanno aperto il fuoco sui dimostranti e alcuni membri delle forze di sicurezza palestinesi hanno risposto al fuoco. Le forze israeliane hanno utilizzato elicotteri armati che, in alcune occasioni, sembra abbiano sparato sulla folla. Tra i palestinesi uccisi illegalmente, figurano ‘Ayman al-Dakaydak, Ibrahim Ghanem e Jawad Bazalamit, colpiti davanti alla moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme, da proiettili di gomma o munizioni da guerra in circostanze in cui la vita degli agenti delle forze di sicurezza non era in pericolo.
Le forze di sicurezza hanno continuato a godere di un’impunità di fatto per le passate violazioni dei diritti umani. In novembre quattro membri di un’unità segreta della Forza di Difesa Israeliana sono stati multati ciascuno di un’agora (circa mezzo centesimo di dollaro), per aver "negligentemente causato la morte", nel 1993, di Iyad Amali, a bordo di un’auto fermata a un posto di blocco.

In marzo l’esercito israeliano ha proceduto alla distruzione, come misura punitiva, di almeno sette abitazioni di palestinesi accusati di coinvolgimento in attacchi dinamitardi suicidi. Tra le case distrutte, quella della moglie di Yahya ‘Ayyash, ucciso in gennaio, nel villaggio di Rafat. In altre case le porte sono state sbarrate.

Gruppi palestinesi contrari al processo di pace hanno commesso omicidi deliberati e arbitrari. Gli attacchi armati ad opera di questi gruppi hanno portato alla morte di almeno 70 israeliani, tra cui almeno 56 civili. In febbraio e marzo sono state uccise 59 persone a Gerusalemme, Tel Aviv e nei dintorni di Ashkelon, per mano di quattro attentatori suicidi appartenenti ad Hamas e alla Jihad islamica.

In febbraio una delegazione di Amnesty International ha incontrato i membri del governo israeliano, compresi il ministro della giustizia e il ministro della difesa. Nel corso dell’anno Amnesty International ha condannato le violazioni dei diritti umani, inclusi la tortura e gli omicidi illegali, e ha chiesto il rilascio o un processo equo per i prigionieri in detenzione amministrativa. In luglio Amnesty International ha pubblicato il rapporto http://www.amnesty.it/ailib/aipub/1996/MDE/51504296.htm ( vedi Libano); in agosto ha pubblicato "Under constant medical supervision": Torture, ill-treatment and the health professions in Israel and the Occupied Territories, in cui esprimeva preoccupazione per il ruolo assunto dal personale medico nei centri in cui si pratica la tortura.
In marzo, in un intervento alla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Amnesty International ha sostenuto che una pace e una sicurezza durature si possono ottenere solo sulla base del rispetto dei diritti umani. In novembre, il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ha invitato Israele a presentare un rapporto speciale sulle implicazioni della decisione presa sempre in novembre dall’Alta Corte di Giustizia di permettere l’uso della forza fisica.
Amnesty International ha condannato l’uccisione deliberata e arbitraria di civili da parte di gruppi di opposizione e ha chiesto a questi gruppi di rispettare i principi fondamentali del diritto umanitario.


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