ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL QUADRO POLITICO ATTUALE E IL POSSIBILE RUOLO DELLA SINISTRA PALESTINESE
Nelle ultime settimane la lotta di massa del popolo palestinese per la libertà, la terra e l' autodeterminazione ha visto una nuova brusca accelerazione. La politica di aggressione del primo ministro israeliano Netanyahu , con la prospettiva di nuovi e massicci insediamenti dei coloni nei Territori occupati, ha acuito l' esasperazione di un popolo che già da tempo misura l' inconsistenza dei cosiddetti "accordi di pace". La rivolta é esplosa con tale forza che anche i giornali più moderati parlano di "nuova Intifada" e la stessa situazione politica interna dei Territori vive una fase di sorprendente fermento: gli stralci che riportiamo dei documenti inviatici dalla Palestina sembrano persino riproporre l'ipotesi di un fronte nazionale comune, che sulle parole d' ordine dell' autodeterminazione e della lotta contro gli insediamenti, compatta la sinistra palestinese (a partire dal Fronte Popolare), settori delle organizzazioni islamiche e addirittura componenti di Al Fatah vicine ad Arafat. Le stesse dichiarazioni di Arafat ("siamo in uno stato di guerra") accreditano quest' ipotesi. Eppure fino a ieri un quadro politico cristallizzato vedeva la sinistra spiazzata dai nuovi assetti geopolitici e stretta fra due posizioni molto distanti da lei :
1)Da un lato la borghesia palestinese completamente coinvolta (anche nei compiti repressivi) nella liquidazione dell' eredità di lotte e di aspettative dell' Intifada, per imporre la pax americana e tutelare i suoi interessi di classe.
2) Dall' altro lato gli integralisti religiosi sostenuti a lungo da considerevoli finanziamenti degli altri regimi arabi. Essi si sono mostrati pronti ad assumere socialmente il ruolo crescente di punto di riferimento anti-sionista , portatore però di un panarabismo spogliato degli aspetti laici che lo avevano caraterizzato negli ultimi decenni e rivestito col sogno di una teocrazia autoritaria... Ieri la fine dell' Intifada (che ha rappresentato un simbolo della lotta popolare anti-imperialista) e il mutato scenario internazionale hanno contribuito ad isolare il Fronte Popolare, che rappresentava la saldatura politica più convincente tra la lotta per l' autodeterminazione del popolo palestinese e il circuito mondiale delle lotte anticapitaliste. Oggi la ripresa della lotta di massa e lo smascheramento popolare degli accordi del 1993 (risultati un' effettiva rinuncia all' autodeterminazione autentica) sembrano riproporre un possibile ritorno della carta rivendicativa e del fronte storico del OLP (addirittura allargato...). Quella parte di sinistra palestinese (Fronte Popolare e Fronte Democratico innanzi tutto) che, conseguentemente alla sua critica sulla sostanza degli accordi, ha rifiutato di partecipare alla cosiddetta "autonomia amministrativa", rivendica coerentemente il suo ruolo politico. Il quadro di riferimento però non può più essere quello antecedente il 1993... Analizzare la situazione al di là dell' evento é perciò un' esigenza per chi, come noi, ha sempre ritenuto che il contributo alla lotta di liberazione di un popolo non può essere acefalo e ha pertanto cercato di costruire con il FPLP (che resta l' interlocutore più convincente in quest' area) un rapporto fatto di collaborazione, solidarietà, ma anche di attenzione critica costruttiva. L' attuale affossamento del processo avviato 4 anni fà con gli accordi del 1993, é sicuramente accelerato dall' aggressività dello schieramento sionista che sostiene il premier israeliano, ma le ragioni del fallimento hanno radici più profonde : nel 1993 gli accordi rompono l' apparente compattezza del fronte di liberazione nazionale, facendo emergere come protagonista assoluta la borghesia palestinese coi suoi interessi di classe... Il capitale palestinese, sia quello finanziario cresciuto nella diaspora, sia quello che interviene nei territori in forma mista col capitale israeliano, aveva poco interesse alla questione della terra. Persino il ceto burocratico costituito da una parte della stessa dirigenza dell' OLP( che ha capitalizzato nel tempo i finanziamenti provenienti dai regimi arabi reazionari e dalle tasse imposte ai palestinesi lavoranti nelle petro-monarchie) praticava da tempo l' investimento all' estero ed era interessato ad una normalizzazione dell'area, fosse pure secondo i dettami israelo-americani. La borgesia israeliana vedeva invece nell' economia palestinese il cavallo di troia per insediarsi nel resto del mondo arabo; per gli USA infine liquidare l'eredita di lotta dell' Intifada significava sancire il trionfo dell' ordine americano in una delle aree ritenute strategicamente più importanti (come ha dimostrato purtroppo la guerra del golfo). La vera scommessa su cui si reggeva tutta l' ipotesi, quindi, non aveva tanto carattere istituzionale-amministrativo (quali strutture di rappresentanza creare per i Territori dentro gli assetti israeliani),ma quali modificazioni indurre nell' organizzazione sociale ed economica dei Territori, a livello di tessuto produttivo, di distribuzione del reddito,di allocazione delle risorse e della forza lavoro, per coinvolgere direttamente una "maggioranza ", un blocco sociale palestinese nell' accettazione dello status-quo. Questo significava ad esempio creare un ceto palestinese impegnato nel settore dei servizi alle imprese, in particolare come mediatore degli investimenti israeliani sui mercati arabi, o anche creare isole di sviluppo industriale nei Territori ( resi appetibili dalla disponibilità di manodopera locale flessibile e a basso costo). Ma se i meccanismi di mercato faticano dappertutto a creare cicli virtuosi di sviluppo , era difficile immaginare un successo proprio in un' area ricca di tensioni e contraddizioni come la Palestina. Questo malgrado ci sia stato un effettivo aumento (tra la conferenza di Madrid e gli accordi su Gaza e Gerico) dei flussi di capitali americani e israeliani nell'area, nonché degli stessi investimenti della borghesia palestinese e degli altri regimi arabi; investimenti precedentemente interrotti per stringere il cappio al collo del popolo palestinese e far apparire così indifferibili gli accordi (e il conseguente cedimento rispetto alla prospettiva di completa emancipazione). La realtà parla infatti di aumento della povertà, dell' inflazione e del tasso di disoccupazione. In più il governo israeliano cerca di reagire con l' espansionismo e il controllo autoritario dei flussi di lavoratori dai Territori alle contraddizioni di classe(v. soprattutto la situazione degli ebrei immigrati negli ultimi anni) che per la prima volta si fanno strada nel suo tessuto sociale e nel consenso monolitico costruito intorno alla natura etnica e confessionale dello stato. In questa situazione per la sinistra palestinese è irrinunciabile assumere un programma economico e politico che non si limiti alla liberazione nazionale, ma dia prospettive alle lotte degli operai per i loro diritti e alla difesa dei contadini come piccoli produttori indipendenti ; occorre riprendere le esperienze di autodeterminazione e contropotere reale maturate nell ' Intifada e la sua eredità culturale all' avanguardia nel mondo arabo in quanto a forme di democrazia diretta, di emancipazione del ruolo delle donne ecc.. La vera scommessa é rilanciare la questione sociale per ritrovare egemonia all' imterno di un' eventuale nuovo fronte di liberazione; l' alternativa é appiattirsi sulle politiche della borghesia palestinese sempre pronta, come si é visto, ad arroccarsi sui suoi interessi di classe o essere schiacciata socialmente dai movimenti islamici, con prospettive politiche e persino prassi di lotta molto distanti dalla sua storia e dalla sua identità. Certo i rischi e le contraddizioni non sono poche se pensiamo solo, ad es., alla dicotomia tra i rapporti con le organizzazioni religiose ed il recupero del protagonismo femminile... Di queste difficoltà e della necessità di un processo di rinnovamento interno la sinistra palestinese sembra essere consapevole, come conferma in un' intervista di qualche mese fà il segretario del FPLP. Se non cresce e si sviluppa un nuovo ciclo di lotte anti-imperialista e anti-capitalista che faccia da quadro di riferimento, é però estremamente difficile che lotte di liberazione nazionale possano ritrovare la loro matrice di classe, strangolate come sono dai meccanismi del mercato globale. Riteniamo compito dei compagni lavorare alla ricostruzione di un tessuto di solidarietà proletaria e internazionalista, riallacciare i canali di comunicazione e collaborazione militante, senza la quale ogni critica diventa sterile e fatalista...