"Si deve dare la prelazione al conflitto con il nemico rispetto ad ogni altro conflitto.... non ci si deve accontentare di lanciare slogan ma alle parole devono seguire i fatti"
Riportiamo qui di seguito un'intervista al dott. George Habasch, pubblicata, all'inizio di quest'anno, dalla rivista "Al Hadaf". L'attuale segretario del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina cerca di darci delle chiavi di lettura per poter capire la forte crisi che investe la lotta di liberazione nazionale del suo popolo. Partendo dalle profonde radici storiche della lotta palestinese, il dott. Habasch afferma la necessità di una sua riorganizzazione. Privato della propria terra, disperso nel mondo come massa di profughi/e, da sempre in lotta per i propri diritti legittimi, il popolo palestinese ora si vede imposto un cosiddetto "piano di pace", che altro non è se non un'ottimizzazione della colonizzazione sionista. Con questo processo di "pace" si vogliono cancellare anni di eroica lotta e resistenza: occorre raccogliere e salvare i semi della rivolta. La lotta per la libertà nazionale non può spegnersi, è come un fuoco che continuerà ad ardere finché sarà alimentato dal vento dell'ingiustizia. L'intervista sembra ruotare intorno ad un unico tema: i diritti nazionali negati, quei diritti nazionali oggi, forse più di ieri, da riconquistare.
D.: Dott. Habasch il movimento nazionale palestinese sta attraversando, da diverso tempo, un periodo di crisi e il F.P.L.P. ne é principalmente interessato. Come pensa che si possa uscire da questa crisi?
R.: La crisi del movimento nazionale, e quindi del Fronte, è un'effetto riflesso di una crisi più generale che ha colpito l'intera area e tutti i movimenti di liberazione. Questa crisi generale, a sua volta, è il frutto dei grandi cambiamenti che si sono verificati a livello mondiale dopo il crollo dei paesi dell'est e quindi del sistema bipolare e come conseguenza del passaggio ad un sistema unico, anche se ancora instabile. Tutto questo ha modificato il modo di far politica che aveva caratterizzato gli anni del periodo della guerra fredda, ha sconvolto gli equilibri di potere e ha travolto le mappe delle vecchie alleanze. Questo, inevitabilmente, ha avuto ripercussioni sui partiti e le forze progressiste e, in genere, su tutti i movimenti di liberazione nazionale, che hanno perso il loro punto di riferimento e sostegno a livello internazionale e questa non è stata una perdita di poco conto, in quanto li ha costretti a cercare nuovi referenti e a stringere nuove alleanze. Inoltre non possiamo dimenticare che tutto questo ha significato controllo assoluto dello scenario politico mondiale da parte degli Stati Uniti, che non trovano più ostacoli alla loro politica di repressione e soffocamento delle più sane forze progressiste e democratiche, che cercano ovunque, e in particolare nel mondo arabo, di imporre la lingua del dominio riorganizzando la regione secondo i loro interessi e quelli dei loro alleati (Israele). Questi cambiamenti hanno condizionato negativamente, come dicevo, anche il movimento nazionale palestinese che, per giunta, sta attraversando un periodo di confusione interna, in seguito alla crisi del Golfo e all'iniziativa di "pace" americana, cioé la Conferenza di Madrid, che ha visto la partecipazione dei regimi arabi ufficiali e della dirigenza dell'O.L.P.. Questa partecipazione ha determinato una divisione del movimento nazionale palestinese tra sostenitori ed oppositori, divisione che é stata resa più profonda dalla firma, da parte degli uomini di Arafat, degli accordi della resa e del disonore di Oslo, che hanno significato la rinuncia ai propri legittimi diritti nazionali e al programma nazionale dell'O.L.P.. In questa nuova situazione le forze che si sono opposte alla scelta negoziale di Oslo hanno cercato di stringere tra loro delle alleanze per poter meglio affrontare la dirigenza dell'O.L.P. e la sua nuova politica. Perciò a me pare che le crisi siano due, una investe i vertici esecutivi dell'O.L.P., l'altra l'opposizione. La prima è una crisi conseguenziale, cioé è il frutto delle catastrofiche scelte politiche fatte dalla dirigenza esecutiva dell'O.L.P. negli ultimi anni, in aperto contrasto con il programma nazionale dell'O.L.P. stesso, basato sull'autodeterminazione del popolo palestinese e sulla lotta per uno stato indipendente e che, con gli accordi di Oslo, è stato ridotto solo ad una semplice autonomia amministrativa, per di più frammentaria. Oggi finalmente la gente e, a quanto pare, la stessa dirigenza dell'O.L.P. hanno incominciato a capire che la politica negoziale di Oslo è stata fallimentare perché ha collocato le legittime rivendicazioni nazionali del popolo palestinese al di sotto di un livello minimo, qule il diritto ad uno stato indipendente. L'atteggiamento e le decisioni dell'attuale governo Nethanyau hanno eliminato ogni dubbio sulla natura e sui contenuti effettivi dell'accordo, dubbi che, invece, erano stati determinati dal comportamento contraddittirio del precedente governo laburista. L'attuale governo ha dichiarato, per bocca del suo primo ministro, che l'obiettivo finale di Oslo è l'autonomia amministrativa palestinese allargata o, come la definisce B. Nethanyau "i diritti amministrativi palestinesi". Senza dubbio, pertanto, questa scelta negoziale ha sbarrato la strada ad ogni programma nazionale ed ha significato la morte dei legittimi diritti nazionali, da sempre rivendicati dal popolo palestinese. La crisi dell'opposizione, invece, sia analizzata nel suo complesso, sia analizzata come crisi delle singole forze che la compongono, e quindi anche del F.P.L.P., ha un contenuto diverso perché deriva soprattutto dall'incapacità di riuscire ad imporre un'alternativa credibile ed accettabile alla scelta di Oslo, deriva dall'ipotenza di riuscire a fermare o, quanto meno, ad ostacolare questo progetto suicida. Incapacità ed impotenza che appaiono evidenti quando si osserva la differenza macroscopica che c'é fra quello che queste forze di opposizione dicono e quello che, poi, di fatto riescono a concretizzare. Per uscire da questa crisi, secondo la nostra opinione, occorre accordarci su di un programma nazionale comune. Occorre dunque tornare all'unità su questa base. Questo sarà possibile solo se verrà fatta un'operazione di lettura critica e profonda dell'esperienza passata per poter capire ed individuare le cause della crisi attuale. E' necessario, però, che quest'operazione di lettura storica, o meglio di autocritica, sia accompagnata da una valutazione prospettica, cioé occorre fissare le fasi e le tappe della nostra futura lotta democratica, che dovrà essere condotta sulla base dei risultati di questa analisi. Solo così il movimento nazionale palestinese, riscoprendo le proprie radici di lotta e riconfermando i propri obiettivi nazionali, riuscirà a ricostruire se stesso, riuscirà a farsi portavoce delle legittime aspirazioni nazionali del popolo palestinese e a darvi finalmente corpo. Tutta questa importante operazione, però, deve essere fatta alla luce dei cambiamenti che hanno modificato lo scenario internazionale, di cui parlavo all'inizio. E' importante riconoscere la nuova realtà oggettiva, perché questo significa, inevitabilmente, capire che la causa palestinese è entrata in una fase nuova e questo impone a tutti noi di prepararci ad affrontare questa nuova realtà e i nuovi elementi che la caratterizzano, sia a livello arabo che a livello mondiale, sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo. Occorre comprendere questa nuova realtà per individuare nuovi e più efficaci strumenti di lotta per portare avanti la nostra resistenza in modo più consapevole, o se si vuole, più maturo. Per quanto riguarda, invece, la crisi che investe, in particolare, il F.P.L.P., essa è diventata evidente ad ogni livello, sia a livello organizzativo che politico, sia alivello finanziario che militare e anche, purtroppo, a livello popolare ed è riconosciuta, in primo luogo, dagli stessi dirigenti e comandanti del Fronte. A differenza delle altre forze di opposizione, noi del Fronte non abbiamo ipocritamente nascosto o negato una crisi interna ma l'abbiamo riconosciuta, le abbiamo dato un corpo determinato, individuando i motivi oggettivi e soggettivi che l'hanno prodotta, muovendo così i primi passi verso il suo superamento. Credo che non siano sufficienti coraggiose decisioni operative quanto piuttosto una politica mirata, proiettata nel breve, medio, lungo periodo, che tenga presente tutte le riflessioni che fin qui ho fatto. Ritengo che questo sarà il tema centrale del prossimo congresso del Fronte, che stiamo preparando da tempo e che, certamente, attraverso la voce e la volontà della sua maggioranza, riuscirà ad individuare gli strumenti adatti per superare questa crisi. Sono altresì certo che anche la base del Fronte si stia preparando a questo importanta appuntamento, perché il congresso rappesenterà non solo un momento di riflessione ed analisi ma anche e soprattutto un momento effettivo di ripresa per il F.P.L.P.. In attesa del congresso, comunque, stiamo lavorando per attivare le nostre organizzazioni e la base del partito per spingerla nella piazza, perché siamo convinti che occorra ritrovare l'unità di piazza, l'unità di popolo per poter meglio affrontare la politica di colonizzazione e occupazione da anni portata avanti dal nemico, la repressione, la chiusura e l'affamamento dei territori occupati.... ma anche per sostenere la causa dei prigionieri/e politici, il diritto di ritorno dei profughi/e, Gerusalemme libera.... perché su tutti questi fondamentali temi c'é unità fra le varie forze di opposizione nonostante le diversità ideologiche che ci caratterizzano. Inoltre stiamo cercando di riattivare i movimenti nazionali arabi, in generale, per poter combattere la politica di "normalizzazione" dei rapporti tra i paesi arabi ed Israele, portata avanti non solo dal governo sionista ma anche da sempre più numerosi regimi arabi ufficiali; politica, questa, mortale per i movimenti di liberazione nazionale della regione.
D.: Dunque secondo lei, dott. Habasch, il F.P.L.P. è consapevole che il movimento nazionale palestinese, in seguito sgli accordi, sia entrato in una fase nuova. Questo comporta, inevitabilmente, di capire la nuova fase per poterla meglio affrontare, pertanto come il F.P.L.P. si prepara ad affrontarla? Ha già elaborato metodi rigorosi e più rispondenti alla nuova fase storica per portare avanti la causa palestinese?
R.: In realtà il problema è molto più complesso di quello che appare e che lei stesso presenta astrattamente, perché non siamo solo entrati in una fase nuova ma questa fase è ancora in evoluzione. Perciò non si può parlare di metodi più o meno coerenti, più o meno scientifici, perché il metodo presuppone qualcosa già di completo e determinato che, appunto, va compreso con razionalità. Premesso questo bisogna, però, riconoscere che il F.P.L.P. ha tracciato linee guida generali capaci di dare comunque delle risposte opportune ai tanti problemi ed insidie che accompagnano questa fase. In primo luogo, infatti, abbiamo sottolineato con forte senso di responsabilità, il pericolo a cui può andare incontro il popolo palestinese in questo priodo, cioé lo spettro di una sanguinosa e fatale guerra civile. Per evitare che questo si traduca in realtà riteniamo che sia opportuno tener presente che il nostro conflitto principale è e resta quello con il nemico sionista, perché, oggi più di ieri dobbiamo rafforzare la lotta contro le forze d'occupazione, in tutte le sue forme, compresa quindi la lotta armata contro gli oppressori sionisti. Inoltre dobbiamo tener presente che questa nuova fase ci impone di lottare anche contro l'autorità palestinese ma questa deve essere una lotta democratica portata avanti con metodi politici e non più democratici, qualora le sue decisioni condizionassero negativamente la vita sociale del nostro popolo. Abbiamo detto che il conflitto con l'autorità palestinese deve assumere forme e metodi democratici allo scopo di fare abortire sul nascere il vile progetto israeliano che mira a spingere la società palestinese verso una sporca guerra civile. Quest'obiettivo rappresenta, per noi, una linea rossa che non và oltrpassata e abbiamo fatto presente all'autorità palestinese che una guerra civile di fatto o semplicemente minacciata significa la distruzione certa per tutto il popolo palestinese, una distruzione che non salva nessuno. In secondo luogo riteniamo che, in questa particolare fase, per poter rafforzare il conflitto contro le forze di occupazione, il territorio occupato deve costituire la principale piazza della lotta. Perciò ci stiamo sforzando di dare al territorio occupato un maggior peso sia dal punto di vista politico che organizzativo, chiaramente tenendo presente le possibilità operative offerte dall'evolversi della situazione e dalla struttura organizzativa del F.P.L.P.. Infatti, negli ultimi tempi, molte delle decisioni politiche relative al territorio occupato incominciano ad essere adottate nel territorio stesso e autorevoli membri della dirigenza del partito operano in loco. Però questo maggior peso che si deve attribuire al territorio occupato, oggetto principale degli accordi di Oslo, non deve sminuire l'importanza e il ruolo dell'esterno. In terzo luogo riteniamo che sia opportuno continuare a perseguire con forza la realizzazione del programma nazionale senza dimenticare le particolarità oggettive di ogni singola piazza, perché solo così facendo si riuscirà a salvare l'unità del popolo palestinese e, al tempo stesso, a rispettare le diversità naturali di ogni singola piazza e a soddisfare i relativi bisogni. Facendo questo siamo certi di riuscire a bloccare sul nascere il progetto di frammentazione e divisione del nostro popolo, voluto dagli accordi di Oslo. Perciò è nostro dovere, ed è dovere delle forze nazionali che vogliono onorare la causa palestinese, continuare a lottare per la realizzazione del programma nazionale, tenendo presente le condizioni oggettive relative ad ogni singola piazza, si deve conservare l'unità del popolo palestinese specialmente nei territori occupati e specialmente in un periodo delicato come questo, di forte divisione politica. Le forze nazionali devono capire che solo sui grandi temi nazionali di fondo, quali la lotta contro l'occupazione e la colonizzazione, per Gerusalemme capitale, per il ritorno dei profughi/e e la libertà dei prigionieri/e, è possibile trovare l'unità di piazza e di lotta. Perciò occorre elaborare programmi operativi di piazza e di lotta che facciano leva su questi temi, superando così le argomentazioni sterili dell'attuale divisione politica. Occorre, in parole povere, dare la prelazione al conflitto contro le forze d'occupazione rispetto a qualunque altro conflitto. Non dobbiamo, però, commettere gli stessi errori del passato, non dobbiamo accontentarci di rilanciare semplici slogan di rifiuto (no al negoziato, no al c.d. processo di pace), dobbiamo invece essere in grado di portare avanti un'efficace politica operativa, attivando nello stesso tempo la gente e rendendola partecipe della sua e nostra battaglia, facendo diventare protagonista della lotta di liberazione nazionale l'intera popolazione. Inoltre, in questo periodo, occorre anche recuperare e difendere l'O.L.P. quale unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, in quanto conquista della lotta nazionale del nostro popolo. Ho detto recuperare e difendere perché la sua attuale dirigenza è molto lontana dal programma nazionale, dalla sua costituzione, dalla sua storia. Questo, dunque, significa che occorre fare una distinzione fra l'O.L.P. come fronte nazionale, che non esiste più, e la struttura organizzativa dell'O.L.P., usata dall'attuale dirigenza e a cui occorre ridare dignità storica. E' nostro compito ricostruire l'O.L.P., ridarle l'unica rappresentanza del nostro popolo ed impedire che se ne impossessi, in modo illeggittimo, l'autorità nazionale. Per fare questo occorre togliere consenso e appoggio all'attuale dirigenza, che utilizza la bandiera dell'O.L.P. per coprire una politica di parte, lontana anni luce da qualsiasi ideale ed obiettivo nazionale. Occorre, altresì, sottolineare l'importanza dei principi democratici e pluralisti non solo nella società palestinese ma anche nella struttura organizzativa delle varie forze politiche ed organizzazioni e nel loro rapporto con la popolazione. Questi principi vanno osservati da parte di chiunque e soprattutto da parte dell'autorità palestinese. Per noi la democrazia e il pluralismo costituiscono principi fondamentali, perciò cerchiamo di applicarli nella nostra stessa vita interna e nel nostro lavoro. In particolare il F.P.L.P. si è attribuito il compito, nei territori occupati, di far assicurare i fondamentali diritti di democrazia sociale (sanità, istruzione, servizi sociali, tutela delle fasce sociali più deboli, etc.), interessandosi ad importanti temi come l'agricoltura, l'industria, l'economia ed è pronto ad affrontare con determinazione qualsiasi violazione dell'autorità palestinese e dei suoi organismi di sicurezza. Chiaramente, ancora non ho detto che, proprio perché occorre guardare al conflitto in modo nuovo, occorre linfa nuova sia nella struttura che nella dirigenza di tutte le forze nazionali, ivi compreso il F.P.L.P.. Occorre sostituire la vecchia guardia, troppo nostalgica, con persone nuove, non solo culturalmente più preparate ma soprattutto con una maggiore capacità di vivere il presente guardando al futuro. Questo rinnovamento, però, non deve significare separazione della storia, rottura con la precedente esperienza ma deve, anzi, completarla e renderla più adatta alla realtà di questa nuova fase. L'esperienza precedente và considerata come base della nostra attuale lotta, occorre tener vivo il legame con il passato per meglio vivere il presente e il futuro, occorre costantamente ricordare chi siamo stati per non perdere di vista la realizzazione dei nostri obiettivi. Infine non dobbiamo dimenticare l'importante ruolo che, in questa fase, rivestono gli intellettuali e, in generale, il mondo della cultura e dell'arte, perché la storia c'insegna che nei momenti più critici della storia di un popolo, quando tutto sembra crollare, è la sua parte più illuminata ad impedirne il crollo; sono gli intellettuali a conservare e a far rivivere la memoria storica di un popolo, quella memoria storica che rappresenta la sua ultima ancora di salvezza. Perciò, in un periodo come quello attuale, di fronte al progetto sionista di cancellare la coscienza e la memoria nazionale palestinese, occorre attribuire grande importanza alla classe intellettuale e creare le condizioni perché questa fondamentale risorsa possa continuare a far sentire la propria voce. Il nemico, dunque, ha capito che per realizzare la resa completa e assoluta del nostro popolo occorre sconfiggerlo prima spiritualmente, uccidendone la volontà ed oscurandone la memoria ma saremo noi a sconfiggere questo progetto dando, appunto, alla cultura tutta l'impotanza che merita e spingendo tutte le energie creative e scientifiche più illuminate a partecipare, in modo attivo, alle decisioni e alla lotta di liberazione nazionale.
D.: E' ormai chiaro che la strada voluta, con la politica di Oslo, è stata tracciata e sarebbe non realistico ignorare questa nuova fase ma, io le chiedo dott. Habasch, è possibile trovare un denominatore comune per tutte le forze politiche, per diminuire la pericolosità di questo nuovo percorso fatto imboccare alla causa palestinese?
R.: Il F.P.L.P. è consapevole che la causa palestinese, dopo Oslo, è entrata in una fase nuova e segue con attenzione tutti i cambiamenti che derivano da questa fatale scelta negoziale, in particolare i cambiamenti che colpiscono il territorio occupato. Tutti conosciamo il potere delle parti che hanno voluto e sostenuto Oslo ma, comunque, sono sotto gli occhi di tutti anche le enormi difficoltà che si stanno incontrando in questo cammino, perché l'intesa manca di qualsiasi riferimento alla Palestina come entità nazionale separata da Israele, ai diritti nazionali palestinesi, al completo ritiro di Israele dai territori occupati, compresa Gerusalemme est, e al diritto di ritorno così come sancito dalle risoluzioni O.N.U.. Inoltre l'accordo di Oslo considera come massima priorità la sicurezza dello stato ebraico e non accenna minimamente alla necessità di garantire un'analoga sicurezza alla popolazione palestinese. Dunque Oslo è molto lontano da qualsiasi programma nazionale e perciò non è stato accettato dalle forze nazionali e dalla maggioranza della popolazione ma, purtroppo, oggi Oslo è comunque un dato di fatto e noi non abbiamo altra alternativa tra accettare passivamente e arrenderci a questa nuova realtà, il che sarebbe fatale per il nostro popolo, oppure riconoscere realisticamente che siamo entrati in una fase nuova per meglio comprenderla superarla. Questo è possibile, come diceva giustamente lei, solo se individuiamo un denominatore comune capace di aggregare tutte le forze nazionali e questo, dal mio punto di vista, non può che essere costituito dai temi più cari al nazionalismo palestinese (l'autodeterminazione, Gerusalemme capitale, il diritto di ritorno, etc.). Devono essere questi concetti a costituire una piattaforma comune da cui rilanciare la lotta di liberazione per tutte quelle forze che ancora credono in questa giusta causa. Pertanto l'obiettivo di tutto questo è sempre lo stesso: ritrovare l'unità di piazza e di popolo per intensificare il conflitto contro l'occupante sionista che, secondo il nostro modo di vedere, continua ad essere il conflitto principale.
D.: Sappiamo che il F.P.L.P. ha elaborato una sua proposta di "dialogo nazionale generale" e una copia è stata, ovviamente, inviata all'autorità nazionale palestinese; dott. Habasch, il partito di cui lei è segretario cosa considera come livello minimo intoccabile per poter aprire un dialogo per ricostruire l'unità nazionale? Cioé, per essere più chiaro, quali sono gli elementi che voi considerate basilari e furi di ogni discussione, nell'alleanza politica e nella lotta contro Israele?
R.: Per il F.P.L.P. il livello minimo accettabile oltre il quale è possibile aprire un dialogo è costituito dalla salvaguardia e dalla garanzia di realizzazione di quel programma nazionale che è stato elemento aggregante per tutte le organizzazioni che si sono raggruppate nell'O.L.P. e che, negli anni passati, è stato portato avanti con coraggio e determinazione dall'O.L.P. stesso. Infatti la politica e la lotta del movimento nazionale palestinese hanno sempre puntato all'autodeterminazione e all'indipendenza, rifiutando costantemente di svendere o abbandonare la causa del nostro popolo. Noi abbiamo avanzato la nostra proposta di dialogo che in realtà è un progetto di dialogo nazionale generale per ricostruire l'unità fra tutte le forze e, in quanto "progetto", non ha nulla di definitivo e obbligatorio, anzi richiede una conseguenziale discussione, fra tutte le forze nazionali. Noi siamo pronti a confrontarci, senza pregiudiziali, con tutti ed accetteremo qualsiasi contributo costruttivo, da qualsiasi parte provenga, purché non tocchi quel programma che esula dalla discussione. Come lei ha anticipato, una copia di questa proposta è stata inviata all'autorità nazionale palestinese ma, tutt'oggi, l'autorità nazionale non si è pronunciata al riguardo. Riteniamo che questo atteggiamento sia poco costruttivo se è vero che tutti vogliamo lavorare per ricostruire l'unità nazionale, perché, come lei diceva, noi siamo aperti al confronto ma "non ci può essere confronto se la controparte non esprime la propria opinione". Perciò noi avremmo gradito di più un rifiuto motivato piuttosto che questo insignificante silenzio. Volendo essere più analitici, questo silenzio ha un preciso significato, è spia dell'insicurezza dell'autorità nazionale e soprattutto del timore di dover essere sottoposta al severo giudizio popolare. Se l'autorità nazionale avesse avuto delle osservazioni da fare sulla nostra proposta avrebbe dovuto avere il coraggio di dichiarare apertamente la sua posizione, così come noi abbimo fatto ma, evidentemente manca di coraggio. L'autorità nazionale non ama parlare chiaro e, soprattutto, dietro vuoti appelli all'unità, programma, dirige e decide, senza prendere minimamente in considerazione le richieste del popolo e senza consultare le sue organizzazioni. Con questo atteggiamento l'autorità nazionale, di certo, non contribuisce al lavoro per l'unità nazionale e alla ripresa della lotta ma tutela solo i suoi meschini giochi di potere e gli interessi coloniali del nemico sionista.
D.: Quale lezione avete tratto dalla vostra esperienza di partecipazione alla cosiddetta "alleanza delle dieci forze"? Quali sono i motivi e gli obiettivi di questa alleanza?
R.: L'idea di costituire l'alleanza delle dieci forze risponde, teoricamente, ad un giusto principio, quello di unificare tutte le forze che non condividono la scelta negoziale di Oslo e di rafforzare, così, il loro ruolo e peso effettivo nella lotta di piazza e di far giungere, forte e chiara, la voce del popolo palestinese, che rifiuta questa catastrofica scelta, alla sorda dirigenza esecutiva dell'O.L.P.. Non appena l'alleanza ha cominciato a muovere i primi passi, sono emersi i vecchi disaccordi che, sin dalla loro costituzione, hanno caratterizzato i rapporti tra queste forze. All'inizio noi del Fronte non vi abbiamo dato peso, pensando che fossero del tutto naturali, tra forze così ideologicamente diverse, e che la situazione si sarebbe risolta con un dialogo costruttivo e, soprattutto, con la colontà di darsi un obiettivo comune: far fallire miseramente la mortale politica negoziale dell'O.L.P. e ridare forza e vigore al programma nazionale. Purtroppo, le cose non sono andate così, infatti, con il passare del tempo i disaccordi sono aumentati e sono diventati tanto profondi da sfociare in veri e propri conflitti, mettendo in crisi l'alleanza e facendola piombare in una situazione di immobilizzante paralisi. Non a caso molte delle forze che la compongono continuano nei loro particolarismi, senza esitare a criticare aspramente l'operato delle altre e, paradossalmente, invece di ricercare punti comuni per un dialogo costruttivo, non fanno altro che portare al tavolo della discussione i temi di maggiore attrito, sui quali non esiste, allo stato attuale, possibilità di intesa. Detto questo, la nostra valutazione di questa esperienza non può che essere negativa, in quanto non è riuscita nel suo intento di unificare, nei fatti, le forze di opposizione, non è riuscita ad alzare il livello di scontro e tantomeno a dar vita ad un processo di ricostruzione dell'O.L.P. e a diventare punto di riferimento nazionale. Ecco perché il F.P.L.P. ha deciso, da un lato, di congelare la sua posizione all'interno dell'alleanza, in attesa che i tempi maturino per costituire concretamente un fronte di opposizione unitario, capace di farsi portavoce di un'alternativa credibile all'attuale politica della resa e del disonore; dall'altro di rafforzare l'alleanza con il Fronte Democratico di Liberazione della Palestina, il cosiddetto "comando unitario", non solo all'esterno ma soprattutto all'interno dei territori occupati. In particolare nei territori, il nostro obiettivo è quello di allargare l'alleanza, di aprire il "comando unitario" a quelle forze, quali Hamas, Jahad e il Fronte di Liberazione Araba, che come noi continuano a credere nella lotta di liberazione del nostro popolo. Vogliamo creare forme di collaborazione politica e operativa alla scopo di alzre il livello della lotta nazionale e rispondere, così, in modo più incisivo e decisivo, all'ultima aggressione escogitata dall'occupante israeliano e dal suo alleato americano, cioé gli accordi.
D.: Come lei ha già avuto modo di sottolineare nel corso dell'intervista, questa nuova fase della lotta di liberazione palestinese ha il suo centro di gravità nei territori occupati. Il F.P.L.P. come pensa di muoversi per garantire una più costante ed effettiva presenza nei territori, conservando la sua unità?
R.: La sua domanda, prima di ottenere una risposta, rende necessario aprire una parentesi, cioé occorre ricordare la particolarità della lotta nazionale palestinese dal punto di vista della distribuzione geografica. La rivoluzione palestinese, come lei ben sa, non ha mai avuto una base territoriale stabile dove organizzare e da dove dirigere la propria attività. Questo ha richiesto l'utilizzo di particolari strumenti di lotta che sono stati diversi nel corso di questi anni e ha visto spostarsi le forze della resistenza palestinese da un paese all'altro. Comunque fino al 1982 il lavoro rivoluzionario era concentrato all'esterno e il territorio occupato era considerato un terreno di lotta secondario ma, dopo l'evacuazione di Beirut dei combattenti/e palestinesi/e e soprattutto dopo il massacro della popolazione palestinese, rimasta indifesa, nei campi profughi di Sabra e Chatila, da parte delle bande della morte dell'esercito sionista, noi, come del resto le altre forze della resistenza, abbiamo incominciato a capire l'importanza del territorio interno, senza però ancora dargli l'importanza principale e questo ancora fino allo scoppio dell'eroica Intifada.... E non poteva essere altrimenti, infatti, l'Intifada ha avuto il merito di riuscire ad imporre, all'attenzione non solo del movimento nazionale ma del mondo intero, il dramma e l'eroismo di un popolo che, dopo oltre 20 anni di occupazione militare, ha trovato la forza di ribellarsi contro un'ingiustizia storica. Da quel momento in poi il F.P.L.P. ha cominciato a dare al territorio occupato non solo un peso ed una rappresentanza maggiore, in seno al vertice del partito, ma anche una maggiore autonomia organizzativa ed operativa, tenendo presente la particolarità di questa piazza, rispetto alle altre. Ricordo che già nell'ultimo congresso si è discusso su come affrontare praticamente questo problema e la soluzione considerata più giusta è stata quella di operare un graduale spostamento all'interno dei territori occupati, non solo della struttura organizzativa ma anche delle persone più carismatiche e capaci di sprigionare le energie più vitali del nostro popolo, nella lotta per la sua autodeterminazione. Tutto questo allo scopo di aumentare il peso politico ed organizzativo del territorio interno, senza però commettere l'errore del passato, quando si attribuiva troppa poca importanza al territorio interno, in senso opposto. Questo pericolo è stato scongiurato perché, comunque ed ovunque, supervisore dell'attività delle organizzazioni del partito è e resta il vertice del partito, a garanzia dell'unità della lotta nazionale pur nel rispetto delle situazioni ed esigenze oggettive delle singole piazze. Sono certo che questo sarà uno dei temi centrali di discussione anche nel prossimo congresso, perché l'obiettivo del Fronte è quello di rafforzare la sua popolarità con una presenza più capillare ed operativa nel territorio, in particolare, nel territorio occupato, conservando nello stesso tempo l'unità di partito e di linea politica di fondo, cioé perseguire ovunque il lavoro rivoluzionario fino all'autodeterminazione ed indipendenza del popolo palestinese.
D.: Lei ha ora l'opportunità di, tornare in patria, come del resto altri comandanti del Fronte e delle altre forze della resistenza palestinese. Non ritiene opportuno cogliere l'occasione dal momento che questo suo ritorno avrebbe grande importanza e rivestirebbe un grande significato non solo per il F.P.L.P. ma per tutto il movimento nazionale palestinese e, soprattutto, per il popolo palestinese?
R.: In una delle ultime riunioni del vertice del Fronte ci siamo soffermati su questo argomento e, in quella sede, abbiamo nettamente distinto fra il ritorno in senso generale, che riguarda l'intero popolo palestinese, ed il c. d. ritorno individuale. Noi non ci opponiamo a quest'ultimo in quanto permetterà il ritorno di autorevoli esponenti e valorosi combattenti, che porteranno linfa vitale alla lotta nei territori occupati ma sottolineamo la necessità del ritorno dei profughi/e, come stabilito da innumerevoli risoluzioni O.N.U., a partire dalla risoluzione 194 dell'Assemblea generale che Israele rifiuta di applicare. Infatti il diritto umano e politico di ritornare nel proprio luogo di origine, stabilito da numerose leggi ed accordi internazionnali, è riconosciuto ovunque ma non da Israele. Israele che riconosce a qualsiasi persona ebrea, ovunque sia nata, di chiedere ed ottenere la residenza e la cittadinanza israeliana, non riconosce un diritto analoga alla popolazione palestinese, a quelle persone che il suo stesso esercito ha cacciato dalle proprie terre, occupandole. D'allora in poi la storia del popolo palestinese è stata una storia di non-ebraico in uno stato ebraico e una storia di esiliato, comunque, sempre una storia di sofferenza. Pertanto decidere o meno di ritornare non è una decisione semplice, non dobbiamo dimenticare che esiste un'occupazione israeliana di terre palestinesi, che vi sono palestinesi/e sotto occupazione militare, che vi sono cittadini, anche se di seconda classe, dello stato israeliano ma soprattutto tantissime persone in esilio. Sono questi i palestinesi/e che hanno pagato e pagano più di tutti/e. La loro sofferenza merita rispetto, pertanto è stato ignobile ignorare la loro esistenza rimandando, alla discussione sullo status finale degli accordi, il problema dei profughi/e ed è inaccettabile che oggi si dica loro di sistemarsi altrove e di abbandonare l'idea di un ritorno in Palestina. A decidere del mio ritorno, comunque, sarà il partito ed il Fronte ritiene che l'ingiustizia di migliaia di palestinesi/e dispersi nel mondo sia troppo profonda, per poter essere sanata con un ritorno individuale, per quanto importante. Perciò la mia scelta di non ritorno, in realtà, non è una scelta ma un sentito segno di rispetto per quel popolo palestinese in esilio di cui anch'io faccio parte e che non può essere ignorato né tantomeno tradito.
D.: Dott. Habasch ritiene che oggi, con il Likud e gli altri partiti di destra al governo in Israele, esistano le condizioni per un accordo arabo-israeliano?
R.: La sua domanda è molto generica, comunque, se lei per accordo arabo-israeliano intende un accordo tra Siria, Libano ed Israele, ritengo che questi, importanti attori dell'attuale scenario politico, abbiano posizioni molto antitetiche e tanto distanti da non farmi vedere la possibilità di tale accordo, almeno nell'immediato. La Siria considera come condizione pregiudiziale per qualsiasi accordo il ritiro israeliano dalle alture del Golan e del Sud del Libano, il governo di Tel-Aviv invece non intende fare nessuna concessione alle richieste siriane, perché ritiene quei territori di vitale importanza per la sicurezza e il futuro dello stato ebraico. Non escludo comunque la possibilità di incontri per vani tentativi d'intesa, soprattutto se più forti si faranno le pressioni dell'amministrazione Clinton, sempre più alla ricerca di successi sul palcoscenico internazionale, capaci di far dimenticare i tanti insuccessi di politica interna.
D.: Secondo lei, in questo particolare periodo storico, quale ruolo ha l'Europa occidentale nello scenario politico mondiale e quale ruolo potrebbe, in particolare, avere in Medio Oriente?
R.: Ritengo che l'Europa occidentale non sia in grado di svolgere un ruolo decisivo e determinante nello scenario mondiale, sebbene segua con attenzione e preoccupazione le vicende medio-orientali, soprattutto per la tutela dei propri interessi nella regione, tutt'oggi non ha un ruolo tale non solo da riuscire ad imporre una sua linea politica ma neanche da poter influenzare la politica israelo-americana. Dopo tutto, comunque ritengo che il ruolo europeo sia condizionato dalla posizione araba, in generale, e palestinese, in particolare, perché, come la storia di questi giorni ci insegna, ogni volta che i paesi arabi e le autorità palestinesi hanno costituito fronte comune contro la politica israeliana l'Europa ne ha tenuto conto, assumendo una posizione più vicina alle tesi arabe, incurante perfino di una, non molto eventuale, opposizione americana. Questo è stato evidente nel corso delle ultime visite nella regione di Chirac, del primo ministro inglese e della delegazione turca, in occasione delle quale l'Europa ha condannato la politica di colonizzazione portato avanti con arroganza dal governo sionsta ed ha accusato Israele di non contribuire a creare un clima di fiducia, che faccia andare avanti il c.d. processo di "pace".
Marzo 1997