NATO, INTERNAZIONALISMO , MEDITERRANEO

29/30 NOVEMBRE ore 11 c.s.OFFICINA 99 (Via Carlo di Tocco 101)

ASSEMBLEA NAZIONALE

Ridefinire e rilanciare l'internazionalismo e l'antimperialismo, come strategie basilari sulle quali costruire l'opzione comunista alle soglie del 2000, è un passaggio improcrastinabile che le soggettività antagoniste devono avere la maturità di affrontare in modo chiaro, pena la progressiva residualità del proprio agire politico. La globalizzazione come processo inarrestabile di carattere economico, politico, culturale, segna difatti l'urgenza di tale assunzione collettiva, in quanto la processualità dinamica della globalizzazione proietta inevitabilmente anche gli ambiti, i soggetti e le contraddizioni del conflitto sociale verso una dislocazione universale.

Lo sfruttamento e la mercificazione dell' uomo, della natura e delle relazioni sociali, "oggettivamente" riconducibili al lavoro, all'inquinamento e al denaro, sono le caratteristiche che rendono unitario e uniforme il panorama mondiale; sono queste stesse caratteristiche che rendono necessario un movimento altrettanto universale che si ponga nell'ottica dell'abbattimento dello stato di cose presenti.

Questo documento - redatto in preparazione dell'assemblea nazionale del 29/30 novembre - si prefigge appunto di stimolare una riformulazione pratico-teorica delle categorie e dell'agire politico, capace di decodificare le connessioni tra la progressiva scomposizione del ciclo produttivo e dello stato-nazione e l' emergere di una regionalizzazione geo-politica, tra le nuove forme del comando capitalista e le sua difficoltà di assestamento, tra il trionfo del "pensiero unico" e il riemergere di nuove o vecchie forme di identità collettiva, tra il dilagare della flessibilità della forza-lavoro e l'inarrestabilità dei flussi migratori, tra la costituzione di aree forti e la presenza all'interno di esse di sacche di estrema miseria.

Queste "schegge" di riflessioni non vogliono suggerire una definizione esaustiva del quadro mondiale ( definizione che tuttavia potrebbe sintetizzarsi in una sola parola: barbarie), ma piuttosto aprire una "breccia" sull'incapacità cronica di lettura della fase da parte di quella sinistra antagonista che più di ogni altra non avrebbe motivo per sentirsi orfana dello schema di Yalta e della pacificazione keynesiana. Il rischio ricorrente dell' astrattezza e della generalità in cui le analisi sulla globalizzazione possono facilmente "inabbissarsi", suggerisce l' adozione di un metodo induttivo capace di articolarsi a partire dalla materialità e dalla concretezza per essere poi in grado di proiettarsi in una verifica generale, in un "feed-back".
Nato, internazionalismo e Mediterraneo sono i punti dai quali vogliamo partire : per schematizzare potremmo utilizzare, anche se in modo del tutto improprio, il materialismo dialettico per strutturare il Mediterraneo , con le sue risorse strategiche e i suoi conflitti insanabili, come la tesi, la Nato come la sua inevitabile antitesi e l' emergere di un nuovo internazionalismo come l' altrettanto inevitabile e necessaria sintesi.

IL MEDITERRANEO DEI CONFLTTI

Vogliamo riprendere a parlare di Mediterraneo per rompere l' appiattimento dell' antagonismo sociale rispetto alle dinamiche che il capitale si dà a livello transnazionale : se le sue esigenze sono quelle di una sempre più stretta interconnesione tra i paesi europei, se il suo "cuore pulsante" è collocato giusto al centro dell' Europa, se le sue periferie devono diventare le sacche di miseria sulle quali poter contare per estrarre risorse e forza-lavoro a basso costo, crediamo sia giunto il momento di contrapporre all' Europa dei capitali il mediterraneo dei conflitti.

La regionalizzazione dello sviluppo neoliberista si costituisce in Europa attraverso Maastricht e Shengen, definendo la mappattura geografica dello sfruttamento e dell' accumulazione : un "core" costituito dalla Germania riunificata è l' elemento trainante, un' area limitrofa, interna alle sue dinamiche di sviluppo, è invece l' area di libera circolazione (in questo caso l' Unione Europea) in grado di valorizzare il circuito di produzione per renderlo competitivo rispetto le altre aree forti; infine vi è un' area contigua ma esterna che invece è "terra bruciata", nel senso di area erogatrice di risorse strategiche e mano d' opera precarizzata e a basso costo, impossibilitata allo sviluppo perché la sua subalternità è condizione indispensabile per l'accumulazione capitalista delle aree forti. Per la Germania e l' Europa Unita questo bacino di sfruttamento è rappresentato dai paesi dell' est e dal bacino mediterraneo .

La necessità di rompere certi schematismi logici completamente ripiegati sull' eurocentrismo, interiorizzati finanche da una certa sinistra di base , è una priorità che i movimenti dell' antagonismo sociale devono assumersi per ricostruire un immaginario e una materialità fondati sul principio di solidarietà, di fratellanza e di uguaglianza : questo significa superare le rivendicazioni per una riforma dell' Europa Unita in senso sociale e solidale per costruire invece una contrapposizione radicale agli attuali processi di segmentazione del territorio terrestre imposti dal capitale.
L' urgenza di questo passaggio di ricollocazione delle lotte è dato semplicemente dal fatto che gli accordi Nafta, Mercosur, Apec, Maastricht favoriscono ulteriore accumulazione delle ricchezze nei paesi già ricchi e impongono ulteriore miseria e sfruttamento ai paesi già martoriati dal sottosviluppo e dal debito estero, senza tralasciare l' ulteriore dilatazione delle sacche di povertà endogene anche nelle macro-regioni ricche. Rilanciare una controffensiva dell' umanità contro il neoliberismo troverà quindi naturale propulsione a partire dal sud (o dai sud) del mondo, dell' europa : cosicchè mentre i sindacati di stato e i partiti riformisti continueranno ad andare ad Amsterdam, Lussemburgo e ovunque possano elemosinare dai "padroni d' Europa" uno straccio di riforma sociale, i settori "non-garantiti" devono porgere le loro attenzioni verso il basso, verso la ricchezza conflittuale del mediterraneo.
Innanzitutto a partire dal mediterraneo inteso come "nuovo muro di Berlino" , divisorio militare tra i due i mondi contrapposti, tra il sud turbolento, povero, incazzato e il nord opulento, pacificato e disarmato : il flusso inarrestabile di forza-lavoro trova questo muro non come frontiera invalicabile, ma come "ingresso secondario" per l’ occidente che comporta la conversione dell' uomo in schiavo.

La corsa verso l' Europa Unita è fatta innanzitutto di regolamentazione di questa tratta degli schiavi, di questo "muro di Berlino", perche l' accumulazione trova punto nevralgico nella schiavizzazione e nell' illegalità forzata di questa nuova f-l. L' abbattimento di questo nuovo muro di Berlino passa necessariamente per la distruzione di una coscienza collettiva che percepisce sè stessa sempre più come "comunità europea", dimenticando inconsciamente i legami storici e culturali che affratellano i popoli del mediterraneo e che il "nuovo muro di Berlino" cerca di recidere perchè necessità primaria è trovare "terre e uomini inferiori".

Quindi è dai soggetti che in modo chiaro percepiscono la "cementificazione" di questo muro che bisogna partire: se il migrante è l' impersonificazione delle tendenze dello sviluppo capitalista (globalizzazione, precarietà, flessibilità), se il migrante è l'anello debole della "nuova catena di montaggio" dispersa nel territorio, la congiunzione attiva e autonoma di queste soggettività all' interno dei processi di trasformazione sociale è un terreno sul quale si misurerà la capacità reale dei movimenti di costruire forme di opposizione al neoliberismo.
La costruzione di tale opposizione al neoliberismo passa necessariamente attraverso la definizione di rivendicazioni e battaglie che assumano la dimensione internazionale ( e non bastano certo le proiezioni romantiche e decontestualizzate verso il Chiapas) da subito come centralità : è chiaro che questo non può magicamente darsi, ma bisogna avere la maturità di porsi in quest' ottica e capire le parzialità insite in qualsiasi altra prospettiva. Ad esempio la battaglia per la riduzione dell' orario di lavoro, per quanto sacrosanta e necessaria, non và disconnessa da un quadro più generale che vede i lavoratori del sud lavorare 12/14 ore al giorno, in un regime fordista o pre-fordista, con i salari medi di un dollaro al giorno.

Allora o si acquisice questa rivendicazione come terreno di scontro a livello mondiale o non si potrà far altro che "aristocraticizzare" una parte dei lavoratori "nostrani" ( italiani o europei che siano) e acuire la divaricazione crescente tra garantiti e non garantiti e , ancor più, tra il sud e il nord del mondo. Un punto di partenza per noi interessante è iniziare quantomeno a conoscere - vista la totale "blindatura" dell' informazione di regime - le lotte dei disoccupati marocchini, dei contadini egiziani, per capire come queste possano intersecarsi con i terreni dello scontro di classe in Italia, in Turchia, in Albania, in Francia.

Cercare di conoscere per capire come le lotte dei movimenti di liberazione nazionale della Palestina , del Kurdistan, dei Saharawi, possano valorizzarsi in un ottica internazionalista capace di contestualizzare le singole battaglie nazionali in un ottica di trasformazione sociale globale. Cercare terreni di lotta capaci di unificare dal basso le mille forme della resistenza e dell' antagonismo, e contemporaneamente aggredire le nuove forme del comando capitalista : questa è la priorità sulla quale riteniamo opportuno discutere e soffermarci.

L'ATTUALITA' DELLA NATO, BRACCIO ARMATO DELLA GLOBALIZZAZIONE

Alla fine della seconda guerra moniale, le forze alleate pensarono bene di lasciare ingenti forze nell’ Europa mediterranea, perché essa, secondo gli accordi di Yalta, doveva diventare zona di influenza degli USA. Così, dopo aver represso nel sangue la rivolta popolare in Grecia e "sopito" i torpori della resistenza italiana, per 40 lunghi anni la struttura della NATO ha garantito, con le sue bombe atomiche, con il suo minaccioso apparato militare dislocato in ogni angolo del Mediterraneo, ma soprattutto con il suo lavoro "sotterraneo" fatto di GLADIO, di sostegno ai gruppi para-militari e all’ eversione fascista, di appoggio incondizionato ai governi sionisti e reazionari, il predominio americano nella zona strategica del mediterraneo. Con il dissolvimento del blocco sovietico e quindi la fine della contraddizione est/ovest (ovverosia della pseudo-contrapposizione tra capitalismo di stato e capitalismo sfrenato), rimane in piedi il prodotto "trainante" della guerra fredda, ossia un armamentario di guerra di proporzioni inaudite capace di distruggere completamente la Terra per centinaia di volte.

Questa potenza devastante e devastatrice non tarda a ricollocare i suoi "mirini" verso il sud del mondo per vigilare sulla "pacifica" penetrazione del neoliberismo: dopo la caduta del muro di Berlino, la NATO, lungi da diventare strumento antiquato, diventa strumento strategico di controllo militare nel processo di globalizzazione economica.
Un apparato militare proteso verso l' esterno, come minaccia ma anche come reale strumento di sottomissione e distruzione, è una necessità che oggi riveste ancor più spessore a seguito dell' interdipendenza di ogni angolo del mondo nel circuito della globalizzazione: l'internazionalizzazione del ciclo produttivo richiede infatti una sicurezza intangibile delle zone di produzione e di transito delle merci, oltre naturalmente di tutte le ricche case d' occidente.
La definizione del nuovo ordine mondiale si condensa quindi attraverso una mappatura degli interessi "occidentali" in termini di dislocazione di segmenti del processo produttivo, di saccheggio delle risorse strategiche e naturali, di capacità di schiavizzazione della forza-lavoro.
Le macro-regioni del Dollaro, del Marco e dello Yen, consolidandosi attraverso la progressiva decomposizione degli stati-nazione, si dividono il mondo nella corsa verso l’ accumulazione: l’ intera superficie terrestre diventa il loro terreno di caccia, dove flessibilità, devastazione ambientale, precarizzazione della vita, diventano le "linee guida" per estirpare ulteriore plus-valore.
Il nuovo "ciclo dell’ egemonia internazionale" si definisce quindi attraverso il lavoro di perimetazione delle aree di influenza : mentre gli apparati umanitari-militari (?!) spianano la strada per l’ "accaparramento" delle zone ricche di risorse naturali, "l’ ordine e la stabilità" vengono pianificati dal Fondo Monetario Internazionale e dalle sue "riforme strutturali" imposte attraverso il ricatto planetario del debito estero. Ma le difficoltà per la ricomposizione di un "nuovo ordine mondiale" si fanno ogni giorno più stridenti: la "pace mondiale", tanto pompata all’ indomani della sconfitta del comunismo (?!), è una meta costantemente allontanata dall’ esplodere continuo e frenetico di conflitti di bassa o media intensità del tutto insanabili a causa della mancanza di un principio stabilizzatore, come invece era il quadro bipolare che inquadrava tutto il globo in un dualismo, presunto o reale che fosse.
L’ ONU diventa lo strumento formale attraverso il quale ogni stato-egemone esercita il suo dominio militare nella propria zona di influenza , qualora le condizioni per lo sfruttamento ambientale ed umano non risultino ottimali : finanche l’ Italia, con il suo imperialismo straccione, ha avuto l’onore di guidare una "missione di pace" (?!) perché l’ ORDINE doveva essere riportato nella sua ex-colonia albanese, area cruciale per gli interessi italiani, per lo sfruttamento della mano d’ opera sia in loco con salari bassissimi sia nella "madre-patria" in condizioni ugualmente sub-umane, senza alcun diritto e in uno stato di illegalità, di precarietà e di ricatto permanente.

La similitudine tra l’ ONU e il suo organo ormai complementare - la NATO - , stà nell’ accentuata prepotenza americana nell’ utilizzare questi strumenti militari e sovranazionali per riconquistare un’ egemonia mondiale messa in crisi dall’ efficentismo toyotista giapponese e dalla rinascita della Germania unificata. Una arroganza che si manifesta in maniera oscena nello stato di ricatto perenne in cui l’ ONU riversa a causa del rifiuto degli USA di pagare i suoi debiti di miliardi di dollari, nella capacità di strumentalizzazione o di sovradeterminazione che gli USA hanno nei confronti delle Nazioni Unite e di qualsasi altro organismo internazionale ( vedi le "future bombe" sull’ Iraq o la legge Helms-Burtom contro Cuba); ma ancora più indecente è la gestione statunitense della NATO, chiaramente improntata nell’ ottica di una esclusiva articolazione del potere militare statunitense: così, per fare un esempio, solo un mese fà la Francia abbandonava i comandi della Nato per il rifiuto degli USA di lasciare il comando sud-europeo sito a Napoli, da 50 anni saldamente in mano agli americani, ad un europeo. "Troppo importanti sono gli interessi americani in quella zona" sentenziava il Pentagono.

E l’ importanza strategica nel quadro del processo di sussunzione totale del pianeta è chiaramente ravvisabile nella conflittualità insanabile del Medio Oriente e nell’ instabilità cronica dell’ "est" dopo il crollo del blocco sovietico : per quel che riguarda il Medio Oriente, se da una parte le ricchezze strategiche (leggi petrolio) imporrebbero un rigido inquadramento dell’ area nei circuiti della globalizzazione, dall’ altra la perseveranza dei popoli (kurdi, palestinesi, ecc..) nella lotta per l’ autoderminazione e nella resistenza al neoliberismo, creano non pochi problemi alle politiche sioniste e imperialiste degli americani . Lo spauracchio del fondamentalismo allora inizia ad amplificarsi, quasi a presagire la necessità di un ennesimo intervento umantiario in queste aree "turbolente" (nessuno al mondo invece sembra interessarsi delle stragi, delle impiccaggioni di massa, delle torture e degli stupri legalizzati, cose che succedno quotidianamente nell' Arabia Saudita, stato integraslista ma ottimo "partner" dei grandi del mondo). Il caso dell’ Iraq è un esempio, che conta ancor oggi 250 morti al giorno a causa dell' embargo, di come gli USA intendano garantire il predominio degli interessi americani su tutto l' emisfero.

Ma l’ attenzione della NATO inizia a rivolgersi in modo ossessivo soprattutto verso il dissolto impero sovietico: si tratta di un’ area geografica di milioni di metri quadrati, totalmente destabilizzata e frantumata in mille rivoli etnici, tribali, stati e statarelli dalla configurazione molto labile; stiamo parlando di un area ricca di risorse naturali e strategiche, di potenzialità militari e nucleari, ma anche di un’ area che non ha ancora definito una sua precisa collocazione geopolitica. E’ difficile presagire quali e quanti stati di quelli sorti dal dissolvimento dell’ Urss saranno in grado di sopravvivere nel medio periodo, quale sarà la sorte dello Russia del dopo-Yelstin, cosa accadrà all’ indomani dell’ imminente smembramento della C.S.I., ma possiamo tuttavia individuare le tracce degli odierni processi di "balcanizzazione" attraverso l’ esempio storico dell’ ex- Yugoslavia: mentre in un primo momento al rigurgito etnico viene lasciata la totale libertà di provocare morti e distruzioni, in un secondo momento gli avvoltoi neoliberisti (nel caso iugoslavo, gli USA e la Germania) si lanciano sui "cadaveri" per riportare l’ ordine, ossia spartirsi il territorio martoriato e investire sulla ricostruzione per trarre profitti.

L’ esempio Yugoslavo non è casuale, in quanto la NATO ha avuto un ruolo fondamentale in tale occasione, praticando per la prima volta un intervento "fuori area" : è in questo ruolo non più di difesa, ma di attacco esterno che dobbiamo leggere la NATO del 2000. In questo senso l’ allargamento ad est della NATO, con il coinvolgimento diretto della repubblica Ceca, della Polonia e dell’ Ungheria , non è una semplice "rivincita" nei confronti del nemico storico, ma piuttosto assume la valenza di costruzione di avamposti militari col compito di facilitare e accellerare la penetrazione neoliberista.

PER UN NUOVO INTERNAZIONALISMO DEI POPOLI IN LOTTA CONTRO IL NEOLIBERISMO

Malgrado i "cantori" della fine della storia si sforzino di enfatizzare il neoliberismo come il nuovo, eterno e neutro paradigma del progresso , i mille punti di instabilità, di rivolta e di minaccia alla sua espansione, stanno a dimostrare, con la loro materialità e la loro resistenza, la praticabilità dei percorsi di liberazione e di sovversione sociale. In ogni caso la capacità di interconnessione tra queste mille forme di lotta e di resistenza al neoliberismo sarà una tappa indispensabile per sancire un passo in avanti nella costruizione di un’ alternativa reale al sistema capitalista.

In questo senso, l’ esperienza del primo e del secondo incontro intercontinentale contro il neoliberismo possono rappresentare un momento di rottura rispetto alle tradizionali forme di lotta nazionali, locali, municipali, ecc... in grado di sedimentare i passaggi necessari affinchè il livello locale e quello globale sano capaci di intreccarsi in modo inestricabile, e non solo attraverso l’ immaginazione e gli eventi "folkloristici".

Il risultato politico di quest’ inizio di comunicazione tra le forme della resistenza al neoliberismo non è irrilevante, e all’ Ezln và riconosciuta questa capacità di progettualità così alta, ma questo patrimonio può essere valorizzato se e solo se i movimenti antagonisti avranno la maturità di interpretarlo come spartiacque storico per ricostruire un internazionalismo non più incentrato sulla solidarietà e sull’ ammirazione, ma sulla connessione reale delle lotte.

La scommessa che la comandazia zapatista lancia è alta, ma ogni soggettività antagonista deve assumersela in toto : per questo pensiamo necessario iniziare a mettere in moto un processo di strutturazione dell’ "Internazionale della Speranza" che, partendo dal basso, sia capace di incrociare quante più esperienze possibili.

Senza attendere passivamente la convocazione fra due anni, senza lasciare che l’ esperienza in Spagna cada nel dimenticatoio , senza intimorirsi dinanzi a presunte "forzature", vogliamo da subito lanciare un appello a tutte le strutture e ai partecipanti del secondo incontro intercontinentale per valorizzare tale percorso in quanto o vi è un’ assunzione collettiva di certe passaggi o altrimenti non hanno ragione di esservi. E’ tuttavia molto preoccupante la mancanza, fino ad oggi, di una volontà (o capacità?) politica di progettare collettivamente le articolazioni locali e non locali che ogni situazione dovrebbe assumersi nell’ ottica di una condensazione del lavoro svolto in Spagna altrimenti ridotto al semplice e, ci mancherebbe altro, positivo incontrarsi, parlare e salutarsi con una quantità (e qualità!) ragguardevole di soggetti in lotta contro lo stesso nemico.

L’ appuntamento nazionale che vogliamo costruire ha come punto di partenza esattamente questo : iniziamo a ragionare sul cosa fare del patrimonio politico, dei contatti instaurati, degli appuntamenti prefissati durante l’ incontro intercontinentale.
Come terreno praticabile per la costruzione in un momento di discussione ma anche e soprattutto di lotta internazionale, avevamo individuato l’ ampliamento e lo spostamento e del Comando Sud della NATO da Bagnoli alla periferia est di Napoli come dinamica che interessa tutti i popoli del Mediterraneo, tutti i soggetti che al loro antagonismo viene contrapposto la militarizzazione. Europei, Africani, Arabi, migranti, nativi, ognuno dovrà far sempre più i conti con il braccio militare della globalizzazione. Mettere in moto una campagna cittadina, nazionale, internazionale contro la NATO, contro la morte e la distruzione che impartisce nel mondo, contro la fame e lo sfruttamento che difende militarmente, può quindi rappresentare un momento di riaggregazione di tutte le esperienze di lotta che si pongono sul terreno dell’ incompatibilità e dello scontro di classe, capace di condensare quella alternativa radicale che ci ostiniamo a chiamare comunismo.

Napoli, 15 novembre 1997

i compagni e le compagne di Napoli ed Acerra


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