L’Archivio Marco Pezzi di Bologna, che conserva una parte dell’archivio e delle memorie del compianto Valerio Evangelisti, ha realizzato questa pagina con le digitalizzazioni dei primi numeri della rivista Carmilla. Alcune di queste scansioni erano state fatte da noi alcuni fa anni, altre sono state fatte recentemente dal Pezzi.

Risfogliando quei numeri abbiamo ritrovato questo articolo del 2004, Movimento e comunicazione, che a rileggerlo oggi, dopo il disastro dell’esperienza dei social media mainstream, continua a suscitare le stesse domande e sembra più che mai attuale.

Alcuni limiti evidenti

Si può restare fermamente ancorati a questa constatazione idilliaca, oppure raccontarsi delle favole, ma se la comunicazione ne/ movimento rappresenta il suo stesso punto di forza, allo stesso tempo ne esprime tutte le debolezze. Se si guardano da più vicino i contenuti di questa comunicazione nel movimento, si deve concedere che a parte una reale capacità di contenere (anche parzialmente) la spinta di occultazione dei media mainstream, a parte una capacità di fare circolare le soggettività politiche, essi riproducono anche in maniera evidente le separazioni, le logiche di ghetto e gli effetti di disturbo. “Media indipendenti” e “comunicazione alternativa” si limitano in effetti troppo spesso alla riproduzione delle debolezze degli ambienti di militanti. In particolare:

- Confusione fra informazione e propaganda: molte (troppe) delle “news” pubblicate sui siti informativi, o inviate alle mailing list, non sono che un “copia e incolla” di volantini o comunicati, dove la lotta, le emozioni, la vita, che costituiscono la ricchezza dei movimenti, si perdono nel carattere autoreferenziale delle formule e degli slogan.

- Incessanti dispute sul tema del “tradimento”, dei “riformisti” e dei “falsi rivoluzionari”… che si svolgono ovunque ci siano spazi di libera espressione (mailing list, siti web in open publishing) al punto da gravare pesantemente sulle possibilità reali di comunicazione e di scambio.

- Persistenza delle attitudini di “bottega” per cui, in fondo, ciascuna esperienza di comunicazione tiene più alla propria “etichetta” che alla necessità di produrre cooperazione, di imparare ad essere insieme nel movimento con le proprie specificità e le proprie ricchezze’. Per superare questa situazione, non serve a niente lamentarsi; ci sembra piuttosto che sia tempo di aprire un dibattito - veramente transnazionale, veramente pluralista su un certo numero di questioni politiche come quella dei contenuti della comunicazione alternativa, o quella delle forme e dei mezzi di una vera cooperazione fra le diverse realtà dei ‘media indipendenti” e l’insieme degli attivisti delle reti. Si suppone così di poter fare qualche passo avanti verso una chiarificazione politica su quello che è (e quello che non è) la comunicazione alternativa.