INTRODUZIONE

   

tratto da "Centri Sociali, geografie del desiderio"
di E. "Gomma" Guarneri

   
    L'inchiesta autogestita qui pubblicata - stimolo e baricentro di questo libro, che in fieri si è esteso anche al di là dell'inchiesta - è nata da esigenze e condizioni che sono apparentemente casuali. La prima, quella che ha portato alla collaborazione tra il Consorzio Aaster e i centri sociali Conchetta (Cox 18) e Leoncavallo, è l'esito di fili soggettivi che legano alcuni componenti dei centri e della libreria Calusca all'Aaster e, contemporaneamente, è l'incrocio degli stessi con alcune esigenze reali di comprensione che si andavano formando in questi luoghi.

L'occasione che ha legato queste circostanze ha preso corpo durante le due iniziative antiproibizioniste che Cox 18 e il Leoncavallo avevano promosso nel luglio del 1995 ("Marijuana e altre storie" e "Piantatela").

Qualche tempo prima alcune compagne del Leoncavallo sentivano l'esigenza di esplorare le problematiche della diffusione dei derivati della cannabis nei centri sociali (ma anche l'avvertita sensazione di una certa penetrazione dell'ecstasy), la presunta presenza di "venditori di fumo" e i rischi connessi a questa presenza e si chiedevano se i centri sociali dovessero assumersi direttamente il compito di produrre e diffondere i derivati della cannabis. Il Leoncavallo, poi, era stato da poco oggetto di una forsennata e criminalizzante campagna di stampa portata avanti dai potenti mezzi del "Corriere della Sera"; serviva quindi una verifica dello "spessore" sociale e umano di "frequentatori" rispetto all'"uso" del centro sociale come "piazza di fumo" e l'incrocio di questa esigenza con tutte le altre motivazioni legate all'appartenenza al "luogo" poteva fornire indicazioni molto utili sul "che fare".

Sulla traccia di questionario preparato dal Leoncavallo è stata richiesta la collaborazione tecnico-professionale del Consorzio Aaster che, dall'elaborazione di un questionario strutturato, si estenderà al "caricamento dati" e all'elaborazione degli stessi in tabelle, schemi, torte ecc. (un lavoro lunghissimo e faticoso, eseguito con mezzi tecnici sofisticati, altamente professionali e, nello spirito dell'iniziativa, gratuitamente).

Nei centri sociali l'adesione degli "intervistati" è stato molta alta e sono stati scarabocchiati o sprecati solo 5 questionari su 1.400, una dimostrazione evidente di come i "compilatori-frequentatori dei centri sociali" avessero interesse specifico e d'"appartenenza" a tutto ciò che è connesso al funzionamento di questi "luoghi".

Dopo la prima elaborazione dati, non ancora organizzati in incroci, varianti ecc., sono state poi organizzate varie riunioni tra esponenti dell'Aaster (in particolare il suo direttore Aldo Bonomi) e i rappresentanti di vari centri sociali (non solo quindi Leoncavallo e Cox 18, ma anche Pergola Tribe, Garibaldi e altri ancora che però non parteciperanno all'elaborazione finale). Queste riunioni erano finalizzate a stabilire quali incroci e varianti fossero ritenute prioritarie da parte dei centri sociali. Poi, in lenta sequenza, sono venute l'elaborazione finali delle tabelle, delle torte, degli incroci, delle varianti, e una lettura/interpretazione soggettiva dell'Aaster che è riportata in questo volume con il titolo Polisemia di un luogo. Per questo libro i centri sociali Leoncavallo e Cox 18, nello spirito della più completa autogestione di tale materiale, hanno deciso di affiancare al testo dell'Aaster una loro interpretazione dei dati e delle statistiche e darne una lettura soggettiva. Si tratta di interventi scritti a più mani ed elaborati durante assemblee: un tipo d'operazione orizzontale ma sempre molto faticosa, che ha richiesto qualche tempo per la realizzazione.

Fin qui il "racconto" dell'occasionale progettualità che ha portato alla realizzazione di questo libro e dell'inchiesta che, nella sua parzialità, ha il grande pregio di essere la prima in Italia. Ma i lettori più avvertiti, e non solo loro, sanno benissimo che le questioni sul terreno sono assai più complicate e che l'occasionalità legata alle due iniziative antiproibizioniste è stata solo un pretesto, poich‚ ragioni più profonde ne facevano sentire la necessità. Appare indubbio che i "professionisti" dell'Aaster nel compilare le domande del questionario le abbiano avvertite.

Queste stesse ragioni hanno attraversato una riflessione che si è svolta nei centri sociali in particolare negli ultimi tre anni. Molte sono le tematiche che sono state agitate e una loro parte viene ampiamente rappresentata o intuita negli interventi all'interno di questo libro. Qui si può solo ricordare che tra i centri, a partire dal 1993, sono state espresse una quantità di posizioni e opinioni diverse e contrastanti su molte questioni inerenti l'identità, i progetti, il rapporto con le istituzioni (per esempio la rigidità delle posizioni "occupazioniste" contrapposta alla flessibilità di quelle "trattativiste") e il profondo modificarsi dell'"utenza" collettiva. Le questioni in gioco non sono cosa da poco, perché‚ coinvolgono il futuro stesso del ruolo e della funzione di questi luoghi della socialità e della "sottrazione" ai paradigmi dominanti.

In mezzo alle molte differenze e ai molti e reciproci "occultamenti" delle rispettive esperienze concrete, almeno su un punto le opinioni sembrano non essere discordi: una certa epoca "eroica" dei centri sociali sembra essere decisamente entrata in crisi e con questa il suo bagaglio di orgogliosa rivendicazione della "marginalità" o, secondo altri, di fedeli, generosi e intelligenti custodi della memoria delle pratiche e delle lotte degli anni Settanta. Questa crisi del precedente ruolo non è tanto riferibile a carenze di progetto da parte dei collettivi di gestione dei centri ma, paradossalmente, proprio alla loro efficienza nel proporre iniziative (teatrali, culturali, musicali ecc.) legate a tematiche e bisogni quali la fruizione di cultura carica di "senso" e che a motivo di ciò si intreccia indissolubilmente con l'ormai spasmodico bisogno di socialità. Una socialità che appare largamente negata e distrutta proprio a ragione dei profondi sconvolgimenti produttivi che non restituiscono più né‚ identità né‚ tessuto solidale ai soggetti sociali.

Si è trattato di processo generale, forte e dispiegato, che per essere compreso e eventualmente governato, necessitava di strumenti di analisi e comprensione che in realtà nessuno dei componenti dei centri possedeva (ma chi degli "altri" peraltro ne aveva il possesso?) e che ha profondamente contribuito a modificare il bacino di utenza dei centri sociali. Appare quindi ovvio l'attuale "spaesamento" dei collettivi di gestione che sempre più si rendono conto che esiste il rischio concreto di una separatezza tra le aspettative politiche dei collettivi e la "massa fluttuante dei frequentatori".

Questo "rischio" e le possibili contromisure da prendere è, per esempio, uno dei leit-motiv che sottende le riflessioni contenute nel severo opuscolo/dibattito 10 settembre 1994 che contiene interventi di Radio Black-Out, Officina 99, Leoncavallo, Murazzi, Lavori in corso, Asilo politico, Centro Lo Russo e altri.(1)

Le risposte all'intervenuta modifica degli universi sociali, culturali, materiali e di classe, dei frequentatori possono esser molte e tendenzialmente anche conflittuali tra loro. Molti sono i problemi e in tutti centri sociali è ben cosciente la necessità che è giunto il momento di "avviare e realizzare una autotrasformazione molto grossa".(2) Ma sulle modalità di questa necessaria autotrasformazione il dibattito è piuttosto aspro, contraddittorio e aperto a esiti assai diversi.

Risulta così abbastanza chiaro come la proposta di un incontro nazionale tra i centri sociali e alcune decine di amministrazioni locali che doveva tenersi ad Arezzo nell'inverno 1995 (il cosiddetto "scazzo" del "pomo di Arezzo")(3) abbia prodotto una polemica dai toni accessi e a volte "velenosi" che hanno finito per "sconsigliare" l'effettuazione del convegno stesso.(4)

E, in effetti, il breve documento di convocazione di quel convegno andava a toccare i "nervi scoperti" di molte delle tematiche connesse alla difficile transizione da un modello di gestione a un altro. Tematiche quali i rapporti con il "terzo settore" e l'emergere di organismi "no profit", il fare "impresa sociale" e l'autoproduzione di reddito, il terreno delle nuove e possibili "forme di rappresentanza", il rapporto tra avanguardia politica autodeterminata e "massa fluttuante dei frequentatori" ecc. Percorsi e argomenti che probabilmente erano stati eccessivamente sintetizzati nelle ormai mitiche "tre paginette" di convocazione ad Arezzo.

Da allora il dibattito ha viaggiato veloce e per larga parte in forma indiretta, soprattutto sulle pagine de "il manifesto", attraverso gli interventi puntuali di Marco Revelli, Aldo Bonomi, Sergio Bologna, Pino Tripodi, Beppe Caccia, Luca Casarini, Daniele Farina e altri e che hanno fatto "scomodare" anche Rossana Rossanda. Tematiche quali il ruolo e le caratteristiche dell'impresa sociale nell'epoca della decadenza del "welfare", i contorni dell'organizzazione postfordista, le nuove forme della socializzazione, sono penetrate nei dibattiti interni ai centri sociali attraverso assemblee, seminari, documenti. Tutto appare in "movimento" compresa la posizione, assolutamente comprensibile e rigorosa, di coloro che auspicano invece un terreno di più rigorose certezze teoriche e organizzative.

Quando, nel luglio 1995, è stata realizzata l'inchiesta molto di tutto ciò esisteva in filigrana e molto meno dispiegato e dichiarato, ma i cardini delle problematiche erano già tutti presenti e nell'elaborazione delle domande del questionario si è cercato di tenerne conto. Alla luce dei risultati dell'inchiesta e nell'attuale panorama del dibattito, molto probabilmente l'impianto dell'inchiesta sarebbe stato assai più complesso, completo e in profondità, ma nei limiti del materiale ricavato dai questionari, i risultati sono comunque di enorme interesse e sfatano molte "leggende metropolitane".

Pensiamo sia utile ripetere questa esperienza anche altrove facendo tesoro dei limiti di questo nostro lavoro e proprio per questo si pubblica a seguire il testo completo del questionario.

Qualche ultima annotazione. Dapprima sulla scelta del titolo, dovuta alla convinzione che territorio, corpo e desideri siano stati negli ultimi due decenni al centro dell'azione dei movimenti, mirata più al soddisfacimento di bisogni immediati, che al rilancio di grandi utopie. In questo senso si legge la pratica dei centri sociali e dei soggetti intorno a essi gravitanti di costruire - occupando, autogestendo, ristrutturando, ridisegnando - una nuova geografia metropolitana, ribaltando i codici - comportamentali, urbanistici, relazionali - progettati per altri fini. Perciò, si è pensato di includere in questo testo delle mappe topografiche e fotografiche che potessero essere d'aiuto nella comprensione della storia di una dinamica sociale che di fatto ha trasformato le modalità dell'aggregazione giovanile e della sua rappresentanza politica a Milano innovandola, modernizzandola e, almeno parzialmente, strappandola al business del divertimento, o al monopolio di ormai "fatiscenti" organizzazioni partitiche e sindacali.

Queste mappe hanno richiesto un notevole lavoro di ricerca e di ricostruzione di frammenti d'esperienza, di bit di memoria, che spesso, per loro stessa natura, i movimenti lasciano andar perduti nelle sabbie mobili della vita in metropoli. Ma i volti e i corpi nella fotografie e i territori "viventi" e "in "movimento" delle carte geografiche lasciano senz'altro un segno nella nostra sensibilità, escono con forza dalla pagina e aiutano a ridefinire un presente di cui al momento è difficile dare un'interpretazione chiara. Nelle intenzioni le nostre "mappe" potrebbero rientrare in un tentativo - ci auguriamo condiviso - di costruzione di nuovi percorsi storiografici dal basso, per rendere noti o far ricollocare avvenimenti, che per quanto recenti, sono già sottoposti a tentativi di rimozione quando non di revisione.

NOTE

  1. 10 settembre 1994, Velleità Alternative, Torino 1995. Occorre precisare che il materiale dei centri sociali su questi argomenti è molto più vasto, ma che qui viene citato questo opuscolo per la sua sinteticità.
  2. Ibidem.
  3. Per una sintetica ma efficace ricostruzione di quella polemica, vedi Centri Sociali: che impresa!, Castelvecchi, Roma 1996.
  4. Ciò nonostante il lavoro degli esponenti delle amministrazioni locali all'interno del progetto definito la "Carta di Arezzo", prosegue indipendentemente dalla partecipazione dei centri sociali.