USA, I NUOVI BRACEROS SONO INGEGNERI ELETTRONICI

   

di Tony Reseck
tratto da
NO COPYRIGHT, p. 116-118

   
    Uno dei luoghi comuni più resistentemente diffusi nel mondo dell'informatica è quello relativo al fatto che grazie alla propria genialità individuale sia possibile farsi comunque strada e guadagnare il proprio posto al sole. Alla creazione di questo mito hanno indubbiamente contribuito le tante storie che sono state raccontate in questi ultimi vent'anni. Bill Gates, la clamorosa avventura della Apple, Wargames, la targa THXBILL in quel di Redmond... ma nel frattempo si dimentica di ricordare che la situazione è totalmente cambiata. Si è creato un mass-market, che prima non esisteva, relativo sia all'hardware che al software e si è assistito a una precisa spartizione delle quote di mercato tra poche grandi corporation. L'articolo che segue contribuisce a porre un sassolino anche nella testa dei più ottimisti cantori delle possibilità offerte dal mondo informatico: ecco s'avanza il processo di globalizzazione mondiale dell'offerta di lavoro...

Sono stati paragonati ai braceros, i braccianti messicani a cui nei periodi di scarsità di manodopera (o di eccessiva sindacalizzazione di quella locale) sono state aperte le porte della California per lavorare nei campi di Bakersfield o Sacramento. Oggi non si tratta più di far crescere viti o verdure, ma di scrivere programmi per computer. E i nuovi braccianti informatici vengono da India, Russia, Cina, Ungheria, Malesia. Secondo stime del Carnegie Endowment for International Peace sono circa 150.000. Arrivano con visti di lavoro temporaneo, si fermano per periodi variabili da pochi mesi ai due anni, poi tornano in patria o tentano la fortuna aprendo un loro business negli Stati Uniti. I programmatori stranieri sono sparsi su tutto il territorio nazionale, con concentrazioni più alte là dove sono localizzate le grandi industrie di hardware e di software e i grandi utilizzatori finali di programmi: California, Seattle, Illinois, Washington.
I softwaristi d'importazione sono reclutati con metodi perlomeno discutibili. Prendiamo il caso dell'India. Nella città di Bangalore, centro dell'industria elettronica indiana, esistono decine di cosiddetti body shops (letteralmente negozi di corpi). Sono agenzie di reclutamento, a volte nate per iniziativa di imprenditori locali, ma spesso di proprietà di società Usa (e anche europee). Gli ingegneri elettronici vengono assunti dall'agenzia locale che li piazza al committente estero dietro congruo compenso. Sono pagati in rupie e inviati in America. Prima di partire molti sono costretti a firmare un impegno a non lasciare il lavoro, pena il pagamento di una penale altissima (dai 30 ai 50 mila dollari). Una clausola è stata recentemente (e vittoriosamente) impugnata da una programmatrice indiana davanti al tribunale della California, dove stava lavorando, in quanto per la legge californiana configurerebbe una forma di schiavismo.
All'arrivo negli Stati Uniti i programmisti più fortunati vengono alloggiati presso le foresterie più grosse, società come Microsoft, Sun Microsystem, Hewlett Packard. Ma spesso si trovano in situazioni meno piacevoli: ritiro del passaporto da parte del datore del lavoro, alloggiamento in baracche o in fattorie fuori mano, controlli polizieschi per evitare tentativi di fuga. Sulla stampa americana è stato riportato il caso di due ingegneri russi, alloggiati in una baracca di campagna vicino a Washington, pagati 80 dollari al mese per lavorare sette giorni alla settimana, che sono fuggiti clandestinamente dalle finestre, dopo che il padrone della società per cui lavoravano aveva tagliato il telefono e asportato la batteria della macchina per impedire contatti con l'esterno.
Quali fattori alimentano questa moderna migrazione? Il costo innanzi tutto. Un programmatore indiano produce un'unità di software per 125 dollari, un ungherese costa 175 dollari per unità per unità, un malese 185. Per contro un softwarista giapponese costa 1600 dollari, un italiano 1150 e un americano 1000. Spesso l'arrivo di contingenti di ingegneri elettronici a basso costo fa parte di accordi di collaborazione tra compagnie nordamericane e società di paesi meno sviluppati, configurandosi come pagamento in natura per prodotti e servizi forniti.
E' il caso della canadese Newbridge Networks che ha concluso un accordo di joint venture con la compagnia telefonica russa Moscow Telecom. Poiché il governo russo non le permetteva di riesportare i profitti, la Newbridge ha ricevuto in pagamento un gruppo di ingegneri russi che si alternano a lavorare, a salari russi, in Canada.
Ma accanto ai motivi strettamente economici ce ne sono altri che hanno a che fare con specifiche abilità dei programmatori stranieri. La scelta di utilizzare ingegneri indiani o russi -- ci spiega Fred Shulman, presidente della Comsys di Rockville, Maryland, una società specializzata nella selezione di personale per lavori a tempo determinato in grandi aziende hi-tech -- dipende da una combinazione di fattori. I costi sono uno di questi. Ma per certi tipi di lavori esistono competenze all'estero che è difficile trovare in America, sia per scarsità di personale, sia perché la maggior parte dei programmatori americani si porta dietro il peso della relativa vecchiaia della nostra industria elettronica. Sono ingegneri formatisi sugli obsoleti mainframe [1] che non hanno avuto il tempo, né l'opportunità di riciclarsi sui linguaggi usati per la programmazione dei personal. I programmatori del terzo mondo hanno saltato la fase dei mainframe. I russi hanno poi un altro vantaggio. Costretti a lavorare nell'austerità informatica del loro paese (a fine 1992 c'erano solo un milione di PC in Russia, con una configurazione tipica di 1 megabyte di RAM e 40 Mbyte nell'hard-disk), i programmatori hanno sviluppato un talento per la scrittura creativa di programmi in codici compatti. Sono qualità che hanno indotto la Sun Mycrosystems di Silicon Valley a impiegare 50 ingegneri russi nella progettazione di nuovi chip Sparc. [2]
L'immigrazione dei programmatori a basso costo ha suscitato reazioni tra i softwaristi americani, colpiti da migliaia di licenziamenti (a Los Angeles, terzo polo mondiale, dopo Tokio e Londra, per concentrazione di programmatori, oltre 110.000 sono senza lavoro per la crisi dell'industria aereospaziale). A San Francisco sono nati gruppi che hanno iniziato campagne per forzare le autorità a limitare concessione di visti di lavoro temporaneo. A Seattle ci sono state reazioni furibonde quando Microsoft ha assunto un programmatore malese preferendolo a 50 candidati americani. E i gruppi nativisti come quello dei californiani per la stabilizzazione della popolazione hanno denunciato grandi aziende del settore per aver assunto programmatori a condizioni schiavistiche. Su altri versanti (come Fred Shulman e Edward Yourdon) hanno messo in guardia sulle conseguenze negative, in termini di produttività complessiva e di perdita di egemonia Usa, dell'uso di manodopera a basso costo, sostenendo invece la necessità di investimenti per formare il personale locale. Questo allarme ha provocato un effettivo irrigidimento delle autorità Usa. È più difficile avere un visto temporaneo e chi l'ottiene deve ora pagare tasse e contributi sociali per tutta la durata del lavoro negli Usa.
E' possibile che il flusso dei braccianti informatici diminuisca o si arresti nel prossimo futuro. Ma non sembra possa fermarsi la spinta verso la ricerca di manodopera a basso costo su scala planetaria, in un settore divenuto sempre più labor intensive. Basti pensare al caso dei sistemi operativi creati da Microsoft (i più diffusi nel mondo): il primo sistema Ms-Dos era composto da poche centinaia di linee di codice. L'ultimo arrivato, il Windows Nt, ne contiene oltre un milione. Paradossalmente, dunque, prodotti che riducono la necessità di intervento umano richiedono per il loro sviluppo quantità sempre più massicce di lavoro. E' sulla base di questa prospettiva che Taiwan, Cina e India hanno promosso la creazione di parchi informatici dove centinaia di ingegneri elettronici lavorano per compagnie americane (in regime di esenzione fiscale), collegati via satellite con gli Usa. Cina e India hanno lanciato inoltre grandi programmi di formazione dei softwaristi: nei due paesi i programmatori sono quadruplicati negli ultimi tre anni e nel 1995 saranno il 50% in più degli americani.

NOTE

  1. Termine utilizzato per indicare elaboratori di grande potenza e dimensioni. Dispongono di grandi capacità di memoria e vengono utilizzati soprattutto come gestori di grandi volumi di dati.
  2. Acronimo di Scalable Performance Architecture. Microprocessore a 32 bit sviluppato dalla Sun Microsystems ed utilizzato sulle proprie workstation.