Torna oggi (11 settembre 2026) a Bologna FICEDL, l’incontro internazionale degli archivi libertari. È un evento a cui abbiamo già partecipato come ospiti nel 2016: allora avevamo presentato il nostro lavoro di digitalizzazione, a pochi anni dalla nascita del progetto.

Il programma di quest’anno è particolarmente interessante: archivi e collettivi internazionali avranno modo di presentare i loro lavori.

Tra le realtà che compongono FICEDL c’è RebAl, sotto la guida tecnica del collettivo bolognese BIDA. È un esperimento virtuoso di catalogo collettivo — anzi, dopo oltre dieci anni di attività è ormai un progetto consolidato.

Dal manifesto:

RebAl è una rete di collaborazione tra biblioteche, archivi e centri di documentazione specializzati in storia, teorie e culture dei movimenti anarchici e libertari.
Il principio ispiratore di RebAl è la volontà di facilitare l’accesso pubblico al patrimonio culturale libertario, nella convinzione che la sua più ampia circolazione sia uno strumento importante nei processi di trasformazione sociale e di diffusione dei principi e delle pratiche antiautoritarie.
Il progetto RebAl parte dall’iniziativa di un gruppo di archivi e biblioteche italiani, ma intende proporsi come punto di riferimento a livello internazionale per la collaborazione operativa tra centri che condividono le finalità del progetto.
Strumento fondamentale della rete è il catalogo collettivo virtuale che offre un punto di accesso unificato al patrimonio documentario complessivamente posseduto, consentendo al pubblico di conoscerlo e quindi di reperirlo ed utilizzarlo.

Su scala ridotta, e in un ambito di interesse limitato alle culture libertarie, RebAl può essere paragonato al modello nazionale di SBN. Consultare il suo catalogo permette di esplorare l’enorme posseduto della rete delle biblioteche aderenti: principalmente materiale bibliografico, ma anche materiale d’archivio.

Qualche contenuto digitalizzato esiste, ma l’obiettivo di un catalogo non è rendere tutto disponibile pubblicamente sul web: è aiutarvi a trovare quello che cercate, vedere dove si trova, per poi prendere contatti con la biblioteca o andarci di persona. Ricordiamoci che il digitale non è una soluzione universale, e che uno dei modi per tenere in vita i luoghi fisici che conservano la memoria politica è farli frequentare e intessere relazioni con chi li mantiene.

Perché ci servono dati aperti e distribuibili

Questo scritto vuole essere un’introduzione ad alcune pratiche, molte di natura tecnica, per la liberazione di dati; attività che genericamente possiamo ricondurre sotto il nome di archiving activism.
In rete esistono tanti contenuti chiusi, con limitazioni e restrizioni all’utilizzo. Altri invece rischiano di sparire per le cause più diverse: è il motivo per cui ad esempio recuperiamo i siti web. Sono attività che mettono insieme la pirateria (nell’accezione nobile del termine hacking), il desiderio di condividere conoscenza e la salvaguardia della memoria politica.
Quello di cui vogliamo occuparci qui è la necessità di avere dati bibliografici aperti, in formati semplici e distribuibili, che ne permettano il riuso, l’arricchimento, il collegamento con altre fonti e la consultazione offline, anche qualora la piattaforma di pubblicazione non fosse più attiva.

L’apertura dei dati bibliografici è un tema che da decenni interessa l’intera comunità professionale del mondo GLAM (gallerie, biblioteche, archivi, musei): esistono esperienze, studi e formati ormai consolidati e usati in tutto il mondo. Molto spesso, però, la complessità di questi sistemi — tecnologica, dei modelli semantici, delle regole di catalogazione — è un carico di lavoro eccessivo per il nostro mondo di archivi, spesso autogestiti e mandati avanti da lavoro volontario.
Per questo sosteniamo da sempre l’idea di pratiche vernacolari: pratiche che non necessariamente rispettano l’ortodossia della biblioteconomia, ma che vengono incontro al desiderio di autogestione e all’identità di ogni singolo archivio.

Di seguito, come puro caso di studio, vi raccontiamo come abbiamo ottenuto in autonomia i dati di due cataloghi: RebAl e il Centro Studi Movimenti di Parma.

RebAl

Il software usato da RebAl non offre funzioni pubbliche di esportazione massiva dei contenuti, ma mette a disposizione un’API OAI-PMH, cioè un’interfaccia che permette di interagire con i dati via software. È un protocollo piuttosto vetusto ma perfettamente funzionante, ampiamente impiegato nei repository accademici: con un client come Metha si possono estrarre in formato XML tutti i metadati del repository, in una versione ridotta e non completa. Questi dati possono poi essere processati e rielaborati.

Per redistribuirli abbiamo scelto un altro formato, Parquet, oggi molto diffuso, che permette una compressione elevata e ne facilita l’uso sul web, per costruire interfacce e interrogare i dati.

Il risultato è visibile qui: archivio.network/data/rebal.

È un’interfaccia estremamente minimale che permette di esplorare l’intero catalogo di RebAl — 81.226 documenti — contenuto in un singolo file da 6,5 MB. Interfaccia e dati sono statici: sul server non serve alcun software, quindi il tutto è altamente sostenibile e non richiede manutenzione.
Nota: questo export è incompleto, alcune biblioteche del catalogo non compaiono, è probabilmente un problema di configurazione del software che segnaleremo ai gestori.

Questo formato è l’equivalente di un foglio di calcolo che chiunque può copiarsi in locale sui propri dispositivi per esplorarlo.

Centro Studi Movimenti di Parma

Allo stesso modo abbiamo raccolto anche i metadati del Centro Studi Movimenti di Parma, attraverso l’OPAC SBN. Qui l’esportazione è leggermente più complessa: bisogna sviluppare del software dedicato per usare le API messe a disposizione.
Questi dati si possono visualizzare dalla ricerca avanzata dell’OPAC, aggiungendo Filtri -> Biblioteca e scegliendo pr0241.

Il risultato è visibile qui: archivio.network/data/csmovimenti.

L’intero catalogo, 34.840 documenti con un insieme limitato di metadati estratti, pesa 2,5 MB.

Conclusione

Nessuno di questi due esperimenti aggiunge niente ai cataloghi originali: i dati sono già lì, sono già pubblici. Quello che abbiamo fatto è metterli in una forma che si può portare via — un singolo file che si scarica, si copia, si interroga offline e sopravvive alla piattaforma che lo ospita. Oltre ad aprire possibilità per l’integrazione e il confronto di catalogo diversi, o l’arricchimento con altri cataloghi pubblici (Wikidata). Noi ad esempio vorremmo usare queste estrazioni per arricchire i metadati dei libri (assolutamente pochi rispetto alla vastità di questi cataloghi) che digitalizziamo e pubblichiamo su Internet Archive.

È una pratica alla portata di chiunque abbia un po’ di dimestichezza tecnica, e ci piacerebbe che si diffondesse. Se gestite un archivio e volete provarci, o se avete già dati da liberare, scriveteci: il codice utilizzato sarà disponibile, e queste attività potrebbero essere oggetto di presentazione a uno dei prossimi eventi hacker italiani (Hack or Die a Bologna, o l’Hackmeeting nazionale).

E intanto ci vediamo a FICEDL.